The book of Mormon: finalmente in Italia il musical più dissacrante di sempre!
di Paolo D. M. Vitale
Scrivere la recensione di uno spettacolo dopo 14 anni dal suo debutto e dopo che ha già ricevuto 9 Tony, 1 Grammy, 4 Olivier, 2 Helpmann, 5 Drama Desk, 4 Outer Critics e molti altri… è semplicemente surreale.
Surreale come il fatto che in Italia abbiamo dovuto aspettare 14 anni per vedere The Book of Mormon e che il 99,99% degli italiani non ne abbia mai sentito parlare e, probabilmente, non andrà nemmeno mai a vederlo (qui la nostra presentazione).
The Book of Mormon, lo raccontiamo per il 99,99% di cui sopra, è il musical capolavoro di Trey Parker e Matt Stone, geniali autori della serie televisiva South Park (premiata con Emmy e Peabody) e Robert Lopez, co-creatore del musical di Broadway Avenue Q e autore dei brani dei film Disney Frozen e Coco. Per capirci: Robert Lopez è il primo e unico vincitore di un doppio “EGOT” (ha cioè vinto almeno due volte tutti e quattro i principali premi d’intrattenimento: Emmy®, Grammy®, Oscar® e Tony®).
Basterebbero già queste credenziali per terminare qui la recensione senza aggiungere altro.
Ma siccome noi critici dobbiamo giustificare la nostra esistenza… continuiamo.
Partiamo dell’inizio.
The Book of Mormon racconta, attraverso una comicità esplosiva, la storia di due giovani missionari mormoni, Elder Price ed Elder Cunningham, inviati in Uganda per convertire gli abitanti del villaggio al mormonismo. Tuttavia, la realtà che incontrano — segnata da povertà, guerra, malattie e disperazione — mette alla prova le loro convinzioni religiose e li costringe a confrontarsi con la distanza tra la dottrina idealizzata e la vita reale.
Politicamente scorretto, dissacrante, provocatore, The book of Mormon è una spietata parodia di quel fenomeno sociale prettamente americano che è il mormonismo.
Proprio questa specificità a stelle e strisce è probabilmente anche la principale causa della sua assenza dai palcoscenici europei (West End escluso): il tema trattato non sembra essere abbastanza d’interesse per gli spettatori del Vecchio Mondo. Ed in parte è forse vero.
In Italia sappiamo poco e niente di Mormon, di Joseph Smith e dell’angelo Moroni, ma negli Stati Uniti la presenza mormone è decisamente più rilevante. Basti pensare a realtà come Salt Lake City e, in generale, a tutto l’Utah, dove il 60% della popolazione si professa di fede mormone.
Questa distanza europea dalla cultura mormone non permettere al pubblico nostrano di apprezzare al 100% la genialità e la comicità al vetriolo di The book of Mormon penalizzando, in parte, l’esperienza teatrale del nostro pubblico.
Tuttavia, nonostante questa penalità, The book of Mormon va assolutamente visto e queste sono le tre motivazioni principali per cui dovreste correre al Teatro degli Arcimboldi: musiche geniali, cast stellare, coreografie strepitose.
Nel cast spiccano, ça va sans dire, i tre protagonisti: Dam Bailey nei panni di Elder Price, Sam Glen in quelli di Elder Cunningham e Nyah Nish nelle vesti di Nabulungi. Bailey è un metronomo umano: una precisione fisica millimetrica. Glen ha tempi comici perfetti. Nish è la voce più bella di tutte (e di voci belle su quel palco ce ne sono!).
Completano il meraviglioso cast Tom Bales (Elder Mckinley/Moroni), Kirk Patterson (Mafala Hatimbi), Sackie Osakonor (General / Satan) e un nutrito gruppo di ensemble tutti di altissimo livello.
Musicalmente sono tantissimi i momenti imperdibili: “Hello”, “Hasa Diga Eebowai”, “Turn It Off”, “I Believe”, “I Am Africa”, “Tomorrow Is a Latter Day”… Lo score è variegato, ricco di contaminazioni e di citazioni più o meno velate (The Lion King, Wicked, Hairspray, Annie, A Chorus Line…). I momenti corali sono senza subbio i più potenti ed emozionanti, ma ogni singolo numero vale da solo il costo del biglietto.
A completare il quadro di un allestimento spettacolare, seppure in versione tour con le scene “light” di Scott Pask, sono le magnifiche coreografie di Casey Nicholaw: intelligenti, trascinanti, eseguite alla perfezione, mai banali. Anche la danza può essere dissacrante, ironica, tagliente.
Se dobbiamo proprio trovare un neo a questa meraviglia [sempre per giustificare la nostra esistenza di spietati critici ndr] possiamo citare le luci, che al netto di evidenti errori, ci sono sembrate “poco provate” e spesso imprecise. Ma siamo sicuri che con le prossime recite anche quelle andranno in bolla.
Un’ultima considerazione che è più una domanda alla produzione: perchè non sono stati previsti i sopratitoli? Non necessariamente con le traduzioni in italiano, ma almeno con il testo originale in inglese. The book of Mormon in Italia è di fatto sconosciuto e la barriera linguistica di certo non aiuta un pubblico che parte svantaggiato. Capiamo benissimo che la velocità del testo renderebbe difficile anche la lettura dei sopratitoli, ma ogni attenzione nei confronti del pubblico è sempre un gesto di grande civiltà.
In conclusione: andate, correte, fiondatevi a teatro! The book of Mormon ha tutte le carte in regola per diventare il vostro nuovo musical preferito! Amen!
Questa recensione fa riferimento alla recita del 10/12/2025 al Teatro Arcimboldi di Milano.




