“Cantando sotto la pioggia” torna in scena tra grandi potenzialità e qualche criticità
di Lucio Leone
Ho visto l’ultimo, ma credo solo in ordine di tempo, riallestimento italiano di un grande classico come Cantando sotto la pioggia, titolo amatissimo che da anni produttori e registi riportano ciclicamente in scena confidando anche nell’effetto nostalgia legato a una pellicola che si può definire, senza esitazioni, iconica.
In questo nuovo allestimento ho trovato elementi riusciti, talvolta eccellenti, e altri meno centrati.
Procedendo con ordine, e senza cedere alla tentazione del confronto con i revival precedenti, vanno riconosciuti i meriti evidenti: le scenografie di Italo Grassi, efficaci e funzionali; i quadri visivi di grande impatto in alcuni dei numeri immaginati da Luciano Cannito, valorizzati dalle luci di Valerio Tiberi; la quasi totalità dei costumi disegnati da Silvia Califano (restano solo perplessità sulla lunghezza delle gonne dell’ensemble e sugli abiti da sera nelle scene di gala); la solida resa musicale sotto la direzione di Ivan Lazzara. E soprattutto, è stata felice la scelta dei protagonisti.
Lorenzo Grilli e Vittorio Schiavone, nei ruoli di Don e Cosmo, sono interpreti convincenti: due bravi attori e ballerini tapper di grande livello tecnico, credibili nella caratterizzazione e pienamente all’altezza delle difficoltà coreografiche. Non mi si dica che Gene Kelly o Donald O’Connor erano altro. Grazie monsieur de La Palisse, il paragone sarà forse per qualcuno inevitabile ma resta improprio: la questione non è se siano “altro”, bensì se sappiano restituire verosimiglianza e solidità tecnica ai personaggi. Volete uno spoiler? la risposta è un assoluto sì. Signori miei, se piacciono o non piacciono porta il discorso nel delicato territorio dei gusti personali, e sinceramente è chiacchiera adatta a blog di appassionati spacciati per riviste di settore o intermezzi al bar tra primo e secondo atto, territori legittimi ma estranei a una seria valutazione critica.
Analogo discorso per Flora Canto: con una voce luminosa e una recitazione naturale, offre alla giovane Kathy grazia e spontaneità, facendo dimenticare la differenza anagrafica con il personaggio e una minore sicurezza nella danza rispetto al canto e alla recitazione. La si ascolta e le si crede facendosi felicemente accompagnare con la dovuta leggerezza nel suo ben costruito arco narrativo. Decisamente riuscite infine anche le caratterizzazioni dei ruoli secondari, a volte a rischio macchietta, ma sempre tenuti saldamente all’interno del registro della caricatura grazie al mestiere degli interpreti, tra cui occorre citare Maurizio Semeraro e Sergio Mancinelli.
Caso diverso quello di Martina Stella. Colpisce per presenza scenica e bellezza, e si percepisce chiaramente la sua disinvoltura sul palco. Tuttavia, nella costruzione della sua Lina Lamont, sembra le abbiano dato come principale riferimento… Valeria Marini. Ma sul serio? Non dico tanto, ma il topos della bionda dalla voce sgraziata scema-anziché-no aveva ben altri eventuali modelli a cui ispirarsi: si pensi alla Billie di Judy Holliday in Nata ieri o alla Norma Cassidy di Lesley Ann Warren in Victor Victoria. Qui invece si ricorre spesso a forzature: parole storpiate a caso, inserti volgari fuori contesto storico, suoni striduli con una inspiegabile cadenza sarda (per inciso: inspiegabile non solo per “Hollywood 1927”, ma anche per “Milano 2026”). Il risultato è indebolire la prova attoriale di una capace interprete che avrebbe meritato maggiori sfumature.
Problematica la gestione del tap. Disporre di interpreti capaci di eseguire con precisione tecnica figure complesse, come velocissimi wings su una gamba sola, e poi farli danzare senza claquettes su basi sonore registrate significa mortificarne la professionalità e non valorizzare a dovere delle belle coreografie. A Broadway l’AEA, il sindacato attori, e il Local 802 AFM, quello dei musicisti, hanno in passato permesso (molto raramente) l’uso di registrazioni durante gli spettacoli, ma solo previa richiesta e nel caso ci fossero specifiche esigenze artistiche che lo richiedevano proprio per tutelare il lavoro degli artisti. Quando ammiriamo le produzioni di New York o del West End, dovremmo ricordare che dietro quella qualità c’è un rispetto rigoroso per la formazione e la professionalità di tutti, da Idina-Ramin-Sutton-Aaron fino all’ultimo elemento dell’ensemble.
Spiace infine che la Prima milanese per la stampa, coincidente con una serata del Festival di Sanremo, abbia probabilmente sottratto pubblico alla platea. Lo spettacolo, pur con alcune criticità — cambi scena al buio, quelli sì che sono in stile con la scenotecnica del 1927; ritmo della prima parte talvolta lento; qualche soluzione scenica discutibile (come la gestione del numero in cui una sconosciuta Kathy, dopo essere uscita dalla torta, dovrebbe “fondersi” con le altre chorines. Si è mai vista una ballerina di fila, che dovrebbe appunto essere “di fila”, mettersi al lead e avere per di più uno spot su di lei? Chiedo per numerose amiche che fanno ensemble…) — resta comunque sostenuto da un materiale di altissimo livello: la drammaturgia di Betty Comden e Adolph Green, le musiche di Nacio Herb Brown e Arthur Freed.
Proprio per questo viene spontaneo pensare che, con qualche riallineamento — maggiore attenzione ai cambi scena, miglior calibratura del ritmo, meno ricerca della risata facile e più fiducia nel talento degli interpreti — l’allestimento possa ritrovare una piena maturità.
Lo spettacolo ha debuttato lo scorso maggio e forse qualcosa si sarà appannato nel tempo; ma le potenzialità restano tali da far sperare che, già nelle ultime repliche della stagione, lo spettacolo possa essere rifinito come merita.
Queste le prossime date:
DAL 25 FEBBRAIO ALL’8 MARZO 2026 – MILANO – TEATRO NAZIONALE
13 E 14 MARZO 2026 – BRESCIA – TEATRO CLERICI
21 E 22 MARZO 2026 – VICENZA – TEATRO COMUNALE
10 E 11 APRILE 2026 – PADOVA – TEATRO GEOX
DAL 15 AL 26 APRILE 2026 – ROMA – TEATRO BRANCACCIO




