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RECENSIONE – PINOCCHIO (COMPAGNIA BIT)

Paolo Vitale 10 Maggio 2026 6 min read

Quando Pinocchio torna a sciacquarsi i panni in Arno: la Comagnia BIT riparte da Collodi per celebrare il burattino più famoso del mondo.

di Paolo D. M. Vitale
foto di Giulia Marangoni e Francesco Webnet

Portare in scena Le avventure di Pinocchio non significa semplicemente rievocare una favola della buonanotte, ma confrontarsi con il testo più tradotto e diffuso della letteratura italiana nel mondo. Quando Carlo Lorenzini, in arte Collodi, diede vita al suo “pezzo di legno” nel 1881, non stava solo scrivendo un libro per l’infanzia; stava scolpendo, con ironia tagliente e un realismo quasi magico, l’anima di un’Italia appena nata, sospesa tra miseria cronica e desiderio di redenzione.

Collodi è riuscito in un’impresa rara: trasformare un percorso di formazione pedagogico in un’odissea picaresca dove il fantastico e il grottesco si fondono. Pinocchio non è un eroe senza macchia, ma un antieroe fatto di impulsi, bugie e una vitalità prorompente che sfida ogni autorità. È questa sua natura profondamente umana, pur essendo di legno, ad aver affascinato filosofi, registi e artisti di ogni epoca.
A tal proposito, il critico e filosofo Benedetto Croce sintetizzò magistralmente la portata universale dell’opera affermando: “Il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità stessa.“

È proprio questa “umanità grezza” che oggi torna a vibrare sulle tavole del palcoscenico ad opera della Compagnia Bit. Trasporre Pinocchio in musical significa dunque accettare una sfida ambiziosa: tradurre in musica e danza quel conflitto eterno tra la libertà anarchica e ingenua del burattino e il richiamo alla responsabilità, un tema che – oggi più che mai – è di disarmante attualità.

L’occasione per questa nuova messa in scena non potrebbe essere più propizia. Il 2026 segna infatti il bicentenario della nascita di Carlo Collodi (1826-2026), un traguardo che l’Italia sta celebrando con mostre, edizioni speciali e persino emissioni numismatiche. A duecento anni dalla nascita del suo creatore, Pinocchio non mostra i segni del tempo; al contrario, sembra rigenerarsi a ogni lettura, confermando quella “freschezza eterna” che solo i classici possiedono. Celebrare Collodi oggi significa riconoscere a un giornalista e scrittore visionario il merito di aver creato un’icona che ha saputo navigare tre secoli senza mai affondare.

In questo lungo viaggio, il teatro è stato la casa naturale di Pinocchio. Fin dalle prime riduzioni marionettistiche di fine Ottocento, passando per le avanguardie sperimentali di Carmelo Bene — che ne diede una lettura onirica e tormentata — fino ad arrivare alle spettacolari produzioni moderne, la storia del burattino ha vestito mille abiti.
Il passaggio al genere musical rappresenta forse la sintesi perfetta della sua anima: la struttura a episodi del libro di Collodi si presta magistralmente al ritmo dei numeri musicali, dove ogni incontro (il Gatto e la Volpe, la Fata, Lucignolo) diventa un mondo sonoro a sé stante. Se la prosa ha indagato il risvolto psicologico e il cinema quello visivo, è il teatro musicale a riuscire a restituire quella commistione di gioia infantile e malinconia profonda che accompagna la trasformazione della materia in spirito.

In questo ricco panorama di interpretazioni e versioni, la nuova proposta firmata dalla Compagnia BIT e DPM Produzioni si distingue come un’opera originale di grande respiro. Lo spettacolo, che vanta il prestigioso patrocinio culturale della Fondazione Nazionale Carlo Collodi e del Comitato Nazionale per il bicentenario della nascita dell’autore, non è solo un tributo, ma una rilettura vibrante e fedele allo spirito del romanzo.

Scritto e diretto da Melina Pellicano, con le musiche e le liriche di Stefano Lori e Marco Caselle, il musical si inserisce in un tour che nel 2026 tocca i principali teatri italiani, da Novara a Bari, fino a Verona e Napoli.

Uno dei meriti principali di questa versione è l’aderenza quasi filologica allo spirito del romanzo originale. Melina Pellicano non sceglie la via del compromesso: la narrazione non nasconde la realtà difficile in cui si muovono i personaggi, una realtà fatta di povertà, lavoro e dignità.

Questa onestà narrativa si riflette in un’estetica visiva e sonora che si allontana consapevolmente dai canoni disneyani a cui il grande pubblico è spesso abituato per abbracciare quelli decisamente più coerenti della commedia dell’arte. Le orchestrazioni di Stefano Lori e Marco Caselle scelgono infatti un linguaggio colto che fonde la tradizione dell’opera e dell’operetta, nobilitando la natura grezza e radicata nella terra del legno di Pinocchio. Anche la suggestiva scenografia di Francesco Fassone, gli oltre centocinquanta costumi di Marco Biesta e le ottime luci di Enrico Boido contribuiscono a evocare un mondo materico e umile, come la bottega di Geppetto, dove la magia nasce dall’atto creativo e non da un incantesimo astratto.

Infine, il cuore pulsante dello spettacolo risiede nella scelta di affidare i ruoli di Pinocchio e Lucignolo ad attori bambini, rispondendo a una precisa necessità drammaturgica. Questa decisione permette di portare in scena una verità immediata e intensa, poiché il libretto è stato costruito proprio sulle reali possibilità emotive e vocali dell’infanzia. Pinocchio diviene così l’incarnazione di una forza primordiale e di una libertà senza filtri che, proprio grazie all’interpretazione di un bambino, riesce a comunicare con estrema autenticità il difficile percorso verso la responsabilità e la crescita.

In un cast ricco e affiatato, spicca quindi l’interpretazione di Theo Caselle nel ruolo del protagonista. Il giovane interprete ha dimostrato un’incredibile padronanza del corpo, restituendo con precisione millimetrica la meccanica tipica del burattino e rendendo credibile ogni suo movimento sul palco. Accanto a una recitazione genuina e convincente, sono emerse alcune piccole incertezze nelle parti cantate; un aspetto, quest’ultimo, del tutto fisiologico data la sua età — dodici anni — e la delicata fase di mutazione vocale che rende estremamente complessa la gestione tecnica del registro. Tale fragilità, lungi dall’essere un limite, ha finito per rafforzare quella verità immediata e autentica che la regia di Melina Pellicano ha ricercato affidando il ruolo a un attore bambino.

Anche il resto del cast si è dimostrato all’altezza dell’ambizioso progetto, offrendo interpretazioni generose e di ottimo livello che hanno arricchito la narrazione di sfumature profonde. Salvo Montalto, nel ruolo di Geppetto, ha dato corpo a una figura toccante, capace di incarnare quella bontà umile che trasforma la povertà in un atto d’amore creativo. Marco Caselle, oltre a firmare le musiche, ha interpretato un Mangiafuoco di grande carisma, evitando con cura le facili derive grottesche per restituire un personaggio imponente ma umano. Francesco De Tullio ha restituito un credibile Lucignolo sospeso tra ingenuità e insofferenza per le regole degli adulti.
Particolarmente efficace è stato l’affiatamento della coppia formata da Leonardo Pesucci (il Gatto) e Maurizio Misceo (la Volpe), i quali hanno saputo gestire la verve comica dei rispettivi ruoli senza mai eccedere in una caratterizzazione macchiettistica, mantenendo un ritmo teatrale serrato. La Fata Turchina di Noemi Garbo, infine, ha saputo bilanciare la dimensione eterea del magico con una presenza scenica solida e rassicurante.

In generale, il pregio di tutti gli interpreti in scena – anche di quelli che per brevità non abbiamo qui citato – e dell’energico ensemble, è stato quello di saper restare in un perfetto equilibrio tra verosimiglianza e fantasia. Pur muovendosi in un contesto fantastico, ogni personaggio è emerso con una dignità e una verità umana che ha permesso al pubblico di connettersi emotivamente con la storia, confermando la qualità artistica di questa produzione della Compagnia BIT.

In conclusione, il Pinocchio della Compagnia Bit si rivela un’operazione che trascende la categoria del “teatro ragazzi”: non è uno spettacolo per bambini, o meglio, non è solo per bambini. È un’opera totale che parla a ogni età, capace di interrogare l’adulto attraverso la stessa profondità filosofica che rese grande il testo di Collodi.
Proprio per questa sua natura, per l’eccellenza del confezionamento estetico-visivo e per il profondo rispetto intellettuale dimostrato verso l’opera originale, resta l’amaro in bocca nel constatare quanto poco spazio venga concesso a produzioni di tale spessore all’interno dei cartelloni teatrali italiani. È paradossale che, in un Paese che ha dato i natali a un’icona universale, il patrimonio culturale legato a Pinocchio sia spesso vittima di una certa pigrizia istituzionale, venendo dimenticato o non sfruttato a pieno nelle sue infinite potenzialità narrative e civili.

Uno spettacolo come questo dovrebbe rappresentare la norma, non l’eccezione, nel panorama della nostra offerta culturale. Perché se è vero che Pinocchio è lo specchio della nostra nazione, allora produzioni così coraggiose sono il miglior modo per ricordarci chi siamo e, soprattutto, chi possiamo ancora scegliere di diventare.

(questa recensione fa riferimento alla recita del 9 maggio 2026 al Teatro Nuovo di Verona)

Tags: Compagnia Bit Marco Caselle Melina Pellicano Pinocchio

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