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REVIEW – MARY POPPINS

mary poppins milano

La Mary Poppins italiana spicca il volo sulle guglie del Duomo

di Lucio Leone e Paolo D. M. Vitale – foto di Alessandro Pinna

Lucio Leone: Allora, la vogliamo fare questa benedetta recensione? Prima che il vento dell’est porti via pure noi e ci tocchi parlare di Emily Blunt invece che della Fabbri? Comincio io: dopo tanta attesa ha finalmente debuttato ufficialmente Mary Poppins. E noi, ligi e indefessi, eravamo presenti. Piccola nota polemica a margine che non riguarda la sola miss Poppins: Perché le chiamano preview se i biglietti sono di pari importo rispetto alle repliche post Prima? Se servono a rodare lo spettacolo avrebbe un pelino più senso avere prezzi scontati, o no? Però, e ti anticipo: non c’entra nulla. Era una riflessione generale. dai, cominciamo: Mary Poppins. Allora?

Paolo Vitale: Sulle strane preview italiane dovremmo aprire un capitolo a parte, altro che nota a margine, ma rimandiamo per ovvie ragioni a sedi migliori e incamminiamoci lungo il viale dei Ciliegi. Anche questa volta eravamo molto ma molto spaventati: uccidere Mary Poppins è un attimo! Ma per nostra fortuna, chiariamolo subito, Mary è più viva che mai e adesso sventola la bandiera italiana sui tetti di Londra.

LL: Quindi, in due parole, (ma sì, ma sì: poi specifichiamo e articoliamo, tranquillo…), come hai trovato questo allestimento?

PV: Probabilmente uno dei musical migliori degli ultimi anni. Non è perfetto, sia chiaro, ma il rapporto complessità/risultato finale è decisamente positivo. Sei d’accordo con me oppure ho mandato giù troppi cucchiai di zucchero?

LL: Stai sereno, son qui io, che compenso sempre le componenti dolci con un pelino di agro. Direi che questo Mary Poppins è talmente particolare e unico che necessita di non una, non due, ma di ben tre diverse valutazioni per poterne trattare in maniera adeguata. Potrebbe essere oggetto di diverse recensioni, una dedicata al panorama italiano, in cui si fa più che onore: è uno spettacolo completo, complesso e ricco come raramente accade per quel che riguarda il nostro teatro musicale. Una per il panorama internazionale, ponendosi a confronto con le grandi produzioni a cui strizza l’occhiolino (e qui però qualche asino casca, perché se la paragoniamo a quel che va regolarmente in scena all’estero presenta diversi problemi), ed una che dovremmo riservarci di fare quando chiuderà per capire, dati economici alla mano, se la scommessa di portare sui nostri palcoscenici uno spettacolo di questo livello ha avuto senso oppure no, visto che un buon produttore deve necessariamente far incontrare arte e imprenditorialità. Che dici?



PV: Direi di partire dal primo aspetto: il panorama italiano. In molti ritengono che questo Mary Poppins sia il musical più complesso mai messo in scena in Italia, ma proprio su questo punto non sono d’accordo. Credo che Priscilla la Regina del deserto (la versione del Priscilla Palace) rimanga comunque un gradino sopra. Probabilmente la casa che sale dal basso ha sortito l’effetto sperato e ha sorpreso il pubblico. Ma chi frequenta il teatro d’Opera sa benissimo che l’uso di ponti mobili non è certo una novità.

LL: Certo, ma non stiamo parlando di Opera e questo Mary, pur riprendendo moltissimo dalle versioni di Broadway o West End comunque crea qualcosa di nuovo, inedito, mentre Priscilla sostanzialmente era un’ottima fotocopia per cui nessun teatro è stato sventrato. Ma senza stare a disquisire sul podio col tricolore, che in fondo è cosa poco importante una volta stabilito che siamo di fronte a spettacoloni col loro bel perché, sei d’accordo su quanto dicevo riguardo al panorama internazionale con relativi standard di merito che sono diversi da quelli che siamo soliti applicare qui, e sulla questione produttiva (su cui rimandiamo una valutazione a bocce ferme quando potremo capire se esiste potenzialmente davvero un bacino di utenza che consente lunghe teniture e investimenti a sei cifre)?

PV: Si sono d’accordo. Però un sassolino dalla scarpa fammelo togliere: è stato necessario sventrare un teatro semplicemente perché il Nazionale non è un teatro adatto a questo tipo di spettacolo! Ma d’altro canto credo che nessun teatro in Italia lo sia, se escludiamo Arcimboldi e teatri lirici. Adesso però entriamo nel dettaglio. Cosa ne pensi del cast?

LL: Ah, così, senza nemmeno un preliminare? Bruto. Che penso del cast… Qualcuno è perfetto, qualcuno meno, nessuno platealmente inadatto. E questo spiega già a monte il perché nel panorama italiano stiamo parlando di un prodotto artisticamente sensato e riuscito. Non dovendo, come faccio di solito, evitare di citare chi trovo non abbia gli strumenti o i titoli per essere chiamato attore (mi ripeto: il cast è fatto solo da persone comunque capaci, chi più chi meno, e ha un ensemble ineccepibile), mi scuserà chi non menziono per sola mancanza di tempo e spazio e parto invece con le citazioni cominciando dai protagonisti. Mr. e Mrs. Banks. Tu dirai (e qualcuno si risentirà) che i protagonisti sono Mary e Bert, ma io non sono d’accordo. Mary e Bert sono l’intrattenimento, sono le presenze catalizzatrici a cui sono affidati i numeri topici, ma il libretto, la drammaturgia, non parlano di una ipotetica e mai vissuta storia d’amore tra due esseri soprannaturali (ho avuto i brividi -e non quelli buoni- al momento del commiato di Giulietta e Rom… scusa, volevo dire Mary e Bert. La Travers fu categorica con Disney: loro due sono solo amici), ma della vita dei coniugi Banks e delle rispettive prese di coscienza. Per questo ho trovato Alice Mistroni assolutamente deliziosa, capace di declinare talento attoriale e profondità. Dal modo di muoversi all’uso dei registri necessari Mistroni ha dato vita reale a Mrs. Banks supplendo alla mancanza di indicazioni con un approccio psicologico e qualche gimmick teatrale. Alessandro Parise dal canto suo ha interpretato bene Mr. Banks, ma temo si sia trovato meno a suo agio nel costruire il personaggio, pagando lo scotto della mancanza di una regia attenta alla recitazione. Stessa problematica per Giulia Fabbri, che è incantevole quando canta e a cui va un complimento sentito per aver saputo comunque reggere la tensione con molta determinazione. Ma che ha recitato sempre alternando vezzi di dizione (tutte le sue battute terminano in calando nel tentativo di imitare la fermezza di una istitutrice poco flessibile) a cliché dei quali non è riuscita, da sola, a liberarsi. Il Bert di Davide Sammartano infine è un fantastico Bert da saggio post diploma, uno di quei giovani attori che vedi e sei certo avranno una bella carriera che li aspetta, ma l’attore è decisamente troppo giovane per il ruolo (e non parlo solo di età anagrafica). Mi è piaciuto, ma gli avrei augurato di impugnare acquerelli e spazzola per camini tra una decina d’anni, non adesso. Concludo con un applauso ideale, convinto e liberatorio che voglio rivolgere ad Antonella Morea, la cuoca, e al Michael che ha recitato la sera della Prima per la stampa: Stefano De Luca. Grandiosi. Per il resto bene tutti, ma è impossibile non citare Simona Patitucci, al cui talento questo palco tuttavia, non rende giustizia. Ho trovato troppo sopra le righe il personaggio disegnatole addosso. Analogo discorso per Dora Romano, ottima attrice di grande esperienza e sensibilità, la cui vecchina che vende becchime è pensata al centro di una scena in cui purtroppo il pathos è volatile quanto i di lei piccioni.

PV: Il bacio d’addio tra Mary e Bert è stato agghiacciante e non se ne è capito il senso. Mary Poppins non è una “storia d’amore” e l’idea che forse forse, sotto sotto, i due erano segretamente innamorati banalizza l’intero significato della storia. Apprezziamo il tentativo di scavare nel testo, ma no, questa non è un’interpretazione che ci sentiamo di appoggiare. Sul cast hai perfettamente ragione: la qualità attoriale della Mistroni (dizione, impostazione della voce, intenzione nelle battute, tempi, movimenti…) rende la sua presenza sul palco fondamentale. La Mistroni è Attrice, nel senso più ampio e positivo del termine, con la A maiuscola. La Fabbri ha dovuto confrontarsi con uno dei ruoli più difficili in assoluto caricandosi sulle spalle le enormi aspettative degli addetti ai lavori e del pubblico italiano. Vien da sé che l’impresa era delle più ardue e il pianto liberatorio alla fine della prima è stato la dimostrazione di una grandissima tensione abilmente celata. La Mary della Fabbri può e deve ancora crescere e siamo sicuri che lo farà. E proprio a questo proposito ci piacerebbe rivedere lo spettacolo tra un paio di mesi. Il Bert di Sammartano risulta invece tecnicamente debole, soprattutto nel cantato. Probabilmente è un ruolo che richiede maggiore esperienza. Certezze si confermano la Patitucci e la Romano, anche se, come hai evidenziato tu, i due ruoli sono stati penalizzati da alcune scelte di regia. Per esempio la scena della vecchina dei piccioni buttata lì in proscenio e con solo un fondale dipinto alle spalle non ha suscitato quella profonda commozione che ci saremmo aspettati, nonostante la Romano abbia donato al personaggio tutta la dolcezza, il realismo e la profondità possibili. Al contrario, l’ipercaricatura di Mrs Corry, se da un lato ha dato modo alla Patitucci di esibire la sua enorme abilità, dall’altro ha creato un personaggio troppo fuori dal contesto. Applausi scroscianti senza se e senza ma ad Antonella Morea.

LL: E qui arriviamo alle dolenti note, almeno per quel che mi riguarda. Premessa, anche per Federico Bellone dovremmo dividere i discorsi. Se vogliamo considerare quella che chiamerei “regia produttiva” allora l’uomo è un grande. Bravissimo. Il suo immaginare le cose, visualizzarle e dar loro forma, il “vendere” i suoi prodotti e il suo… “brand” è pressoché unico. Però… uno dei numeri più belli, e non solo di questo spettacolo, ma che si sia avuto il piacere di vedere in scena in Italia è “Com’è bello passeggiar con Mary“. Al termine di questa meraviglia per gli occhi non puoi far seguire un cambio scena da filodrammatica! E poi un regista deve anche spendere tempo ed energie per dirigere davvero i suoi attori, e deve saper dare interpretazioni solide di un titolo che però non ne stravolgano il senso (qui Romeo e Giuliet… oh no, di nuovo. Scusa, intendevo Bert e Mary… non puoi rendermeli starcrossed lovers!). Continuo a pensare che, per belli che siano i suoi prodotti (quelli belli intendo), comunque restino incompleti, poco emozionanti dal punto di vista teatrale e con inspiegabili lacune. Ma in questa, spero costruttiva, critica un altro grande merito gli va comunque riconosciuto: sa circondarsi, soprattutto per quel che riguarda il team creativo, di grandi professionisti, che contribuiscono a rendere memorabili se non i titoli che firma, almeno molti numeri che contengono. Ladies first: Gillian Bruce. Il suo senso di palco è unico, così come il suo rigore ed eleganza. Coreografie che sono piccoli gioielli di regia, anche attoriale. Continuando con la supervisione musicale di Simone Manfedini, e un’ottima orchestra, con relativa conduzione di Andrea Calandrini, ben supportate (con solo qualche piccolo problema di volumi nel primo atto) dal progetto fonico di Armando Vertullo. Della qualità delle scene firmate da Hella Mombrini e Silvia Silvestri si è intuito dall’incipit, e lo stesso dicasi per i costumi di Maria Chiara Donato. Il lavoro di Mistroni (in questo caso come autrice del libretto italiano) e delle traduzioni delle nuove liriche di Franco Travaglio rende giustizia al testo teatrale di Julian Fellowes e alle canzoni aggiunte di Georges Stiles e Anthony Drewe (che comunque, va detto, hanno firmato un buon family show che non grida mai “al capolavoro”), mentre ho delle perplessità sulle luci di Valerio Tiberi. Buone in molti momenti dello spettacolo, non sono sempre state “di livello”. Il numero di punta ad esempio, “Tutti insiem“, è risultato incomprensibilmente buio e di scarsissimo impatto. Dove all’estero vedi uno showstopper con un tap ballato… sul soffitto (ah, però!), noi abbiamo avuto, perfettamente illuminati, sbuffi di vapore senza relativi comignoli per un curioso effetto geyser, e una vaga penombra lunare che ha praticamente cancellato la coreografia di Bruce.



PV: Le luci di Tiberi sono state in realtà, a mio avviso, ipercurate. Ha dosato col contagocce ogni singolo watt e misurato col goniometro ogni grado di apertura dei coni di luce. Il risultato è stato in effetti molto più dark di quello che ci si aspetterebbe da Mary Poppins, ma sono i rischi del mestiere. Con Mary Poppins Tiberi ha come portato alle estreme conseguenze la poetica avviata con American Idiot, in netto contrasto con quanto fatto invece in Newsies. Capisco le perplessità, soprattutto riguardo alcune scene, ma Tiberi ha fornito un’interpretazione assolutamente personale, quasi gotica, di questa favola. Non dimentichiamo tuttavia che se in alcune scene queste scelte possono non essere condivise, in altre sono state proprio le luci a supportare l’intero impianto scenografico. Un esempio per tutti: la trasformazione del parco nel già citato “Com’è bello passeggiar con Mary“. Sono state proprio le luci a render possibile la perfetta trasformazione a vista. Quanto alla regia dobbiamo ammettere che Mary Poppins è forse il lavoro migliore di Bellone che comunque ha il merito di aver portato in Italia un titolo internazionale di grandissima difficoltà. La scenografia, per quanto bella e d’impatto, non è certamente grandiosa come quella di Broadway o di Londra, ma il risultato è assolutamente soddisfacente. Cosa ne pensi della casa?

LL: Mah, rispetto alle immagini che erano circolate in anteprima è meno piccola di quanto apparisse, ma certo… piccola è piccola. Però penso che il volerla assolutamente replicare, pur dovendone limitare la dimensione per via del palco su cui appare, fosse importante. Non è solo un elemento scenografico, è una protagonista proprio come la famiglia che la abita. E pazienza se, in perfetto stile Enrico V, mi è toccato usare la fantasia per dotarla di quegli status symbol che avrebbe dovuto contenere se fosse stata meno costretta.

PV: Peccato per il volo finale…

LL: Il volo finale? Oh, tu vuoi dire il manichino penzolante sul pubblico! Già. Una scelta curiosa. Mi sarebbe sembrata geniale se in quel lungo, affascinante e fluente discorso in inglese di sentiti e affettuosi ringraziamenti che Bellone ha fatto a fine replica ci fossero stati come sponsor Primark o H&M, ma sai che così invece non l’ho mica tanto capito? Va be’, pazienza. Concludiamo. Alla fine è un sì o un nì?

PV: Decisamente sì. Con il punto esclamativo.

LL: Ma sì, pure per me. Senza l’esclamativo. Aspettando e provando a immaginare cosa ci aspetta “dopo Mary”. Dopotutto… “tutto può accadere” se ci si crede.

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