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MUSICAL E POLITICA (PARTE 2) – I PRESIDENTI AMERICANI IN MUSICAL

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Da Lincoln a Trump, l’America canta in musical la storia di presidenti, candidati e assassini.

di Enrico Zuddas

Se qualcuno dei detrattori del nostro genere preferito pensa che sia oltraggioso e irriverente mettere a cantare e ballare i più famosi presidenti americani, dovrebbe seguire le elezioni 2016 per rivedere il suo concetto di ridicolo. Ad ogni modo, nell’attesa di sapere chi presto si insedierà alla Casa Bianca, perché non ripassare un po’ di storia attraverso il musical?
Se volessimo ricordare tutte le canzoni dove sono menzionati dei presidenti americani la lista sarebbe infinita e noiosa; ci limitiamo qui al beffardo brano di Hair contro Lyndon Johnson, il sostituto di Kennedy che dovette portare avanti la guerra in Vietnam: con un interessante gioco di parole che anticipa di quarant’anni l’attuale moda degli acronimi, il pezzo provocatoriamente dipinge LBJ che salta sulla metro (IRT) e trova la gioventù d’America strafatta di LSD:

Il merito di avere iniziato la satira di argomento presidenziale va a George Gershwin. Nel suo Of Thee I Sing del 1931 – primo musical premiato con il Pulitzer – il neoeletto presidente, tale John P. Wintergreen, rischia l’impeachment per aver abbandonato Miss America, Diana Devereaux, lontana discendente di Napoleone, che arriva a mettergli contro l’ambasciata francese! Un altro presidente immaginario è quello di The Fix (1997), dove un senatore in corsa per la Casa Bianca muore durante un amplesso con l’amante. La moglie, che vede svanire le sue speranze di diventare la first lady, cerca di rimpiazzarlo con il figlio Cal (John Barrowman nella produzione originale). L’inesperto giovane si ritroverà coinvolto in un vortice di mafia, corruzione e scandali sessuali:

Quella di The Fix (i cui autori, Rowe&Dempsey, sono gli stessi di The Witches of Eastwick) non è l’unica partitura rock sul tema. Bloody Bloody Andrew Jackson (2008), scritto da Michael Friedman e Alex Timbers (nominato al Tony), racconta la creazione del Partito Democratico e l’espansione degli Stati del Sud a spese degli indiani:

La rappresentazione come una rockstar emo del controverso settimo presidente degli Stati Uniti sembra anticipare le scelte artistiche di Hamilton, già esaminato nel precedente articolo. Sin dalle prime fasi creative Lin Manuel Miranda sapeva che il suo George Washington sarebbe stato interpretato da un iconico rapper capace di trasmettere la statura e l’aura del Padre della Nazione (caratteristiche presto riscontrate in Chris Jackson, suo coprotagonista di In the Heights). Questo è evidente fin dal suo pezzo di entrata, Right Hand Man, che suggella il patto di alleanza tra i due personaggi:

In Hamilton il vincitore del Tony Daveed Diggs passa dal ruolo del Marchese di Lafayette a quello di Thomas Jefferson, futuro terzo presidente (nel musical infatti gli attori che nel primo atto interpretano gli amici del protagonista diventano suoi oppositori nel secondo). Anche lo stile musicale subisce un brusco cambiamento, da hip hop a swing, come in What I’d Miss:

Il musical in realtà si chiude con le elezioni del 1800, quando Hamilton decide di appoggiare Jefferson perché, pur non condividendone le posizioni, ne rispetta l’onestà, cosicché viene sfidato a duello e ucciso da Burr (per questa azione condannato dalla Storia ad essere “il cattivo” per l’eternità). Chi voglia approfondire quest’epoca in una chiave diversa potrà accostarsi a 1776, musical vincitore del Tony nel 1969, incentrato sulla Dichiarazione di Indipendenza, con grande fedeltà alla verità storica (il suo autore, Sherman Edwards, era un professore di storia e impiegò sette anni per scriverlo; per alcuni brani sono utilizzati i testi originali delle lettere dei membri del Congresso). Nella canzone The Egg Franklin paragona la creazione del nuovo paese alla schiusa di un uovo, e discute con Jefferson e Adams su quale volatile sia il migliore a rappresentarlo. Franklin cerca di convincerli a scegliere il tacchino, mentre Jefferson vorrebbe la colomba, ma i tre finiscono per orientarsi sull’aquila, come suggerito da Adams:

Se ci spostiamo al XX secolo, in Annie compaiono due immagini molto diverse di presidenti. Quando Annie fugge dall’orfanotrofio, si ritrova in una baraccopoli che prende il nome di hooverville perché si attribuiva al presidente Hoover la responsabilità della Grande Depressione (We’d Like To Thank You, Herbert Hoover). Come è noto, questo musical intende celebrare lo spirito americano e il suo ottimismo: così non stupisce che poi la rossa bambina incontri Franklin D. Roosevelt, cui canta Tomorrow, al punto che il presidente arriva a far intonare il pezzo anche ai suoi ministri e ne viene ispirato per concepire il New Deal:

Ma certamente l’opera più interessante sull’argomento (sebbene formalmente i presidenti non siano in scena) resta Assassins (1990). Qui Stephen Sondheim riflette su un fatto curioso: ben 13 presidenti americani hanno subito un attentato, in alcuni casi riuscito. È forse un segno del fallimento del Sogno Americano? La vicenda si apre in un luna park, dove il titolare del tiro a segno attira una serie di personaggi, promettendo che i loro problemi saranno risolti con l’uccisione di un presidente (Everybody’s Got The Right):

Si snodano così le varie vicende, da quella di John Wilkes Booth che assassinò Lincoln a quella di John Hinckley che sparò a Reagan per conquistare l’amore di Jodie Foster; la musica si trasforma adattandosi alle varie epoche storiche. In un’intensissima climax finale, gli assassini si ritrovano tutti insieme a incoraggiare Lee Harvey Oswald: uccidendo Kennedy lui darà un senso alle loro azioni e guadagnerà per sé l’immortalità, lasciando la popolazione nello sconforto (Something Just Broke):

Prima di chiudere non possiamo non ricordare che anche l’attuale candidato Donald Trump, con la sua provocatoria personalità, ha già ispirato diversi musical, tra cui In Trump We Trust e Drumpf (chiaramente ispirato a Hamilton: “How does a bastard, philanderer, son of a developer, man who made his billions on his father’s millions become reborn, as the champion of the scorned? A shameless flatterer with shucks and schemes manipulating the shattered dreams of the suckers, an atheist, a twice-divorced huckster, a 69-year-old TV codger, a draft-dodger, with bad hair – How does such a man become America’s populist billionaire?”). Per l’occasione anche Matthew Broderick e Nathan Lane hanno ripreso i panni di Max Bialystock e Leo Bloom. Stavolta il peggiore progetto possibile su cui puntano per fare soldi non è più un’apologia del nazismo in musical come nell’originale, ma l’appoggio a un politico buffone destinato alla sconfitta. I due producers racimolano 25 milioni di dollari, per scoprire con meraviglia che, a dispetto delle sue dichiarazioni razziste, l’indice di gradimento del candidato aumenta sempre più:

About Enrico Zuddas

Dottore di ricerca in Storia antica e docente di Lettere al Liceo “Properzio” di Assisi, insegna Storia e Repertorio musical nell’Accademia “MusicalOnStage” di Perugia e nello stage estivo “Musical Week”; frequenta il master per insegnanti di canto moderno con il metodo VMS. Interprete e regista di musical su scala regionale (“Evita”, “Chicago”, “Mamma Mia”, “Aida”, di cui cura la prima versione in lingua italiana, “La Piccola Bottega degli Orrori”), nel 2015 vince il Premio “Primo” sia della critica sia del pubblico con l’inedito “Artemisia”, di cui è coautore oltre che regista.

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