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INTERVISTA A MAURO SIMONE PER ROBIN HOOD, IL MUSICAL 2.0

Mauro Simone

Mauro Simone, autore della riscrittura del testo e regista di Robin Hood, il musical di Beppe Dati, racconta e spiega lo spettacolo, lo studio fatto, le scelte adottate ed i messaggi che ha voluto lanciare.

di Ilaria Faraoni

Dopo l’intervista a Manuel Frattini (cliccare QUI) ecco quella a Mauro Simone, autore del testo e regista di Robin Hood, il musical nella sua versione 2.0, attualmente in scena al Teatro Brancaccio di Roma, dove lo spettacolo rimarrà fino al 25 marzo 2018. Protagonisti Manuel Frattini e Fatima Trotta. Il tour proseguirà poi ad Aosta (Teatro Splendor), Milano (Teatro Nuovo) ed Assisi (Teatro Lyrick). Per altre info su Robin Hood, il musical, prodotto da Medina e Tunnel Produzioni, con le musiche e le liriche di Beppe Dati e le coreografie di Gillian Bruce cliccare QUI.

Mauro, com’è avvenuto il tuo incontro con il progetto Robin Hood, il musical 2.0?

L’incontro è avvenuto verso aprile dell’anno scorso, quando ho ricevuto la chiamata di Lello Abate che mi chiedeva se fossi interessato a incontrare la Medina Produzioni e la Tunnel Produzioni per rimettere in piedi Robin Hood. Ovviamente ho accettato, sono stato molto contento di essere stato contattato. Abbiamo fatto un incontro a Roma con Lello e Barbara Rendano della Medina e Mario Esposito della Tunnel; mi hanno detto che volevano fare uno spettacolo 2.0, un Robin Hood con una nuova visione: volevano creare un family entertainment vero e proprio. A quel punto ho sentito Beppe Dati e insieme abbiamo messo mano allo spettacolo. Ho riscritto completamente il copione e ho creato con lui una visione diversa anche rispetto all’ordine di esecuzione dei brani. Non so se avevi già visto l’altro e lo hai notato…

Sì, l’avevo visto e l’ho notato…

Abbiamo voluto rivolgerci sia al pubblico adulto che a quello dei bambini, per questo motivo ho colorato maggiormente lo spettacolo, ho cambiato l’inizio, abbiamo aggiunto un brano nuovo per Manuel che si intitola Freccia in Volo, ho cercato di avvicinarmi un po’ di più al cartone animato, perché i bambini conoscono quello. Ho pensato che il pubblico, quando arriva a teatro, si aspetta determinate cose: è così, è inutile negarlo. Sarebbe come dire che non ci si aspetti che Peter Pan o Mary Poppins volino. Il pubblico si aspetta determinate cose da una storia e quindi secondo me va soddisfatto. Per questo motivo ho cercato di avvicinarmi in qualche modo al cartone e ho inserito la figura degli animali all’interno dei costumi: nella pettorina di Robin e di Lady Marian c’è l’immagine del muso di una volpe, per esempio. La cosa vale anche per tutti gli altri personaggi.

A Will ho assegnato lo scoiattolo, perché lui è giovane, elegante, viene da una famiglia nobile; è il più piccolo e ha poco coraggio e poca determinazione; è Robin Hood a insegnargli ad essere coraggioso. Will fa come lo scoiattolo che, pur essendo un animale piccolo, riesce con coraggio a vincere le piccole battaglie odierne all’interno del bosco. Nel personaggio di Sir Snake la cosa è ancora più evidente, perché ho voluto utilizzare il gioco del non mostrare le braccia dell’attore, facendole diventare il prolungamento del serpente.

Volevo farti una domanda proprio sul serpente, Sir Snake. Sei sempre molto attento, sia come attore, sia come regista, al lavoro sulla fisicità ed in questo caso è fondamentale. Mi interessa approfondire la scelta fatta per Snake, che ha movenze particolari ed usa il serpente come marionetta per parlare, mentre gli altri personaggi richiamano gli animali solo grazie ad alcuni elementi del costume.

Per me Snake è in realtà l’ego di Re Giovanni e questa idea è divenuta ancora più chiara quando, i primi giorni, abbiamo lavorato sullo studio del personaggio e abbiamo analizzato le dinamiche fra i vari personaggi. Giovanni era l’ultimo di cinque figli, non aveva ricevuto terre e fu esiliato in Francia, come vediamo nell’ultima scena dello spettacolo. Dovette aspettare veramente tanto per diventare Re, dopo suo fratello Riccardo.

Fondamentalmente quindi, è un uomo che non si sente visto, non si sente amato e rispettato, perché qualcun altro ha ricevuto più di lui. Il suo ego è profondamente ferito e quell’ego si muove, si insinua nella sua mente, per ottenere qualcosa e, soprattutto, per eliminare suo fratello. Pensa che se eliminerà Riccardo potrà ottenere ciò che desidera, cioè essere visto da tutti. È esattamente quello che accade nella mente dell’uomo: in ognuno di noi, a un certo punto, s’insinua un’idea che, mossa dall’ego, ci fa credere di essere o nello spazio della vittima, o nello spazio del carnefice. Giovanni si muove nello spazio della vittima, quando dice «Non sono visto, non sono amato, voglio essere amato»; si sposta nello spazio del carnefice quando fa di tutto per eliminare Robin Hood o Riccardo. L’immagine dell’ego, dell’idea che si insinua, è esattamente l’immagine di Snake, che costantemente è intorno a Giovanni o alle sue spalle ed è il motivo per cui non gli ho voluto dare delle braccia e delle mani, ma ho voluto creare visivamente questo movimento avvolgente. Sempre per questo motivo la pelle del serpente c’è solo su una gamba di Andrea Verzicco, l’attore che lo interpreta, proprio per prolungare il movimento del corpo del serpente che si avvolge.

Esattamente come hai lavorato con Beppe Dati per creare questo nuovo Robin Hood?

Io ho riscritto il copione, Beppe Dati ha scritto le nuove canzoni. Il lavoro con lui è stato meraviglioso, perché si è fidato tantissimo, mi ha ascoltato. Gli ho spiegato, in base alle richieste della produzione, la mia proposta musicale e l’inizio che avevo immaginato: Giovanni ha appena rubato la corona a suo fratello, lo ha mandato in crociata e prende il suo posto; in scena è avvolto da un mantello gigante da cui poi sbucano le mani dei sudditi.  Quel mantello è composto da 2.750 rombi di vari colori, che raffigurano le sue contee. E come se Giovanni vedesse dall’alto tutte le sue terre e le volesse controllare. Quello che lui fa, devono farlo anche i suoi sudditi: è il motivo per cui, coreograficamente, ho chiesto a Gillian Bruce di far sì che i sudditi ripetessero alla perfezione i movimenti delle sue mani.

È uno dei punti che volevo approfondire, perché è una scena in cui si fonde un po’ tutto: regia, coreografia, costumi e anche scenografia, se vogliamo, perché quel mantello crea un elemento scenografico vero e proprio. Quindi ti chiedo: dove finisce il lavoro di regia e dove inizia quello di coreografia di Gillian Bruce? Com’è il tuo modo di lavorare?

Mi trovo benissimo con Gillian Bruce: ormai lavoriamo insieme da tanti anni e ci capiamo all’istante. La cosa bella è che riusciamo a fondere esattamente le due cose: dove arriva la regia, di conseguenza inizia la coreografia e viceversa. Facciamo un lavoro di pre-production: ci sediamo e analizziamo quello che deve succedere all’interno di una scena, come e perché deve accadere, quanta gente ci deve essere; poi ci stimoliamo a vicenda. Per esempio, per la scena del mantello, le ho parlato dell’idea della contea e di come avrei voluto svilupparla. A lei è piaciuta moltissimo e mi ha fatto delle proposte coreografiche, poi di conseguenza ne ho parlato ai costumisti: dovevamo capire come poter inserire gli attori dentro al mantello, che tipo di tessuto utilizzare, se dovesse essere aperto… Poi quel tessuto è pesantissimo. Ho sostituito Gabriele Foschi in una data a Bari, interpretando Re Giovanni: quando ho indossato il mantello, mi sono reso conto della difficoltà che si prova con tutti quei chili addosso. Saranno almeno sette chili di tessuto! Pensa che se lo si apre completamente per terra, copre tutto il suolo del palcoscenico.

Tenevo molto a quella scena anche perché volevo che l’opening avesse un certo effetto e che rappresentasse anche l’oscurità di quel periodo. Il Medioevo non era luminoso: era un’epoca piena di insidie, dove l’uomo cercava in tutti i modi di fregare l’altro. Ricordiamoci che proprio nel Medioevo la Chiesa Cattolica ha istituito la Confessione, perché aveva bisogno di sapere che cosa facevano i sudditi, di tenere tutto sotto controllo.

Era anche un’epoca in cui era facile morire per mano di qualcuno: nei film su Robin Hood le uccisioni si sprecano. Ho apprezzato invece moltissimo il messaggio che c’è nel vostro Robin Hood, ripetuto da tre personaggi in tre punti diversi dello spettacolo: l’invito a non togliere la vita all’altro.

Sono contentissimo che tu lo abbia notato, perché questo in realtà è il messaggio più importante, per me! Ho cercato di inserire questo messaggio perché siamo in un momento storico in cui nessuno si fida dell’altro e l’unica cosa che conosciamo è la vendetta, in qualsiasi forma. Oggi non c’è solo la vendetta nell’uccidere qualcuno: quella è la forma più estrema e la vediamo nelle guerre e in quello che ci succede intorno. Però anche il bullismo, la discriminazione razziale, perfino la divisione politica in cui si trova l’Italia in questo momento, sono tante piccole forme di vendetta.

Anche la semplice vita nei condomìni è piena di vendette…

Sì, sono tante piccole forme di vendetta: ad un certo punto smettiamo di fidarci e decidiamo che l’altro è il nostro nemico. Quando alla fine dello spettacolo Re Giovanni dice: «Ma la storia non può finire così!», è perché è talmente convinto di essere vittima e di essere diventato poi anche carnefice che pensa che il suo destino debba essere per forza quello di essere messo a morte da Riccardo. Lasciamo stare che poi, ovviamente, la chiave di lettura sia quella comica, leggera e che la gente ci rida su: la cosa importante è proprio far notare che lui sia convintissimo che la storia non possa finire senza la sua morte, mentre Riccardo gli risponde: «E noi cambiamo la storia!».

A proposito di cambiare la storia: come nasce l’idea di rendere Lady Marian figlia di Re Riccardo Cuor Di Leone? È venuta a te?

Sì. Mi sono chiesto: «Se Lady Marian è una donna qualunque che importanza può avere per Re Riccardo?». Se fosse stata una ragazza qualunque, avrebbe potuto essere anche una popolana, ma avrebbe perso importanza. All’interno delle dinamiche fra i personaggi, invece, mi sono reso conto che sarebbe stato ancora più forte farla diventare la figlia di Riccardo. Una signora, a fine spettacolo, mi ha detto: «Mi ha dato fastidio che Marian dovesse sposare suo zio Giovanni». Io ho pensato che fosse un bene, perché voleva dire che comunque qualcosa si era svegliata dentro di lei. Non sopporto quando il pubblico è passivo: se partecipa, sia in modo positivo, che negativo, vuol dire che dentro c’è un’emozione che si sta muovendo. Quindi, quando la signora mi ha detto che non le era è piaciuta quella situazione, le ho risposto: «Bene, vuol dire che il cattivo le ha dato fastidio!».

Poi in passato era abbastanza normale sposarsi tra consanguinei…

Era sempre così. Se guardi tutti i dipinti, soprattutto del Quattrocento, ti accorgi che ci sono casate intere dove nascevano figli storpi perché si sposavano tra loro per far sì che il potere si concentrasse sempre di più, quindi in realtà era una cosa normalissima.

In conformità alle storie più note di Robin Hood e ai due romanzi di Dumas, ho visto che hai introdotto in questa versione anche il personaggio di Will Scarlet, che è un classico compagno di Robin, e un accenno a quello di Much…

Sì, in realtà ho fatto una prima stesura dove erano sviluppati tutti i personaggi, poi mi sono reso conto che lo spettacolo sarebbe durato quattro ore e mi son detto che avrei dovuto puntare di più all’essenza, quindi ho asciugato il testo. Ho tenuto Will perché volevo che passasse anche il discorso della determinazione e del coraggio, presente in tutto lo spettacolo. Perché se devo decidere che mio fratello non è un nemico, se devo decidere che devo cambiare la storia, ci vuole coraggio. Anche nel brano Principe del Nulla ho aggiunto una frase, mentre Robin Hood si gira: «Io cancellerò tutte le mie paure e vedrò la mia storia da un altro punto di vista». Per vedere qualcosa da un altro punto di vista bisogna avere determinazione e coraggio: se si ha paura, si preferisce rimanere nello spazio di comfort.

La stanza di Lady Marian è piena di specchi. In alcuni, durante la scena si riflettono, grazie alle videoproiezioni, particolari del suo viso in movimento, come se appunto vi si stesse specchiando. Mi piacerebbe approfondire anche questa idea.

Come hai visto la scenografia è molto essenziale. Nella scena degli specchi mi sono chiesto: «Che cosa faceva una donna nobile, in quel periodo?». Studiava per imparare i modi regali e viveva del bello, di se stessa, quindi si imbellettava, si guardava allo specchio, oppure ricamava dei vestiti che avrebbe utilizzato. Infatti, per esempio, anche nel primo abito di Marian, quello rosa spento, che poi sarà sostituito da quello rosa più acceso, c’è il ricamo della volpe. Ho cercato di inserire gli elementi che facevano parte di quel periodo. Anche negli abiti delle altre donne ho inserito, con i costumisti, richiami agli animali volatili che facevano parte del vissuto delle donne di quell’epoca: il pavone, l’oca, il pappagallo, la farfalla. Il pappagallo perché erano affascinati da questo tipo di animale e ne avevano sempre nelle voliere; le farfalle per la bellezza e la gentilezza della donna; l’oca perché era l’animale della praticità, usavano anche le sue uova. Per Lady Belt, l’amica di Marian, ho rispettato il ruolo della gallina, dell’amica chioccia, riprendendolo proprio dal cartone.

A proposito del cartone animato: riprendendo il discorso sul family entertainment, molti pensano erroneamente che con questa definizione si intenda “spettacolo per soli bambini”…

Questo è il problema secondo me: il pubblico italiano purtroppo va addomesticato. Se vai a Londra a vedere musical come Matilda, La Fabbrica di Cioccolato, Aladin o Mary Poppins, non vedi solo i bambini, ma anche gli adulti, che amano questi titoli. Il family comprende anche l’adulto. Se questo Robin Hood fosse stato fatto esclusivamente per i bambini, avrei usato un linguaggio di narrazione completamente differente.

Una canzone di Robin Hood dice: “Ci sarebbe bisogno di eroi”. Come possiamo essere un po’ eroi anche noi, nella vita quotidiana?

Ti rispondo con la prefazione che c’è nel libro di Dumas, che dice che Robin Hood non è un eroe che ha i superpoteri: i suoi superpoteri sono il coraggio, la generosità e la determinazione. In realtà sono poteri che ognuno di noi ha, solo che molto spesso scegliamo di rinunciare a questi poteri perché abbiamo paura e la facciamo vincere; decidiamo di credere all’idea del fallimento. Certo, è difficile, ma dobbiamo smetterla di avere paura!

INTERVISTA A MANUEL FRATTINI PER ROBIN HOOD, IL MUSICAL 2.0

INTERVISTA A FATIMA TROTTA PER “ROBIN HOOD IL MUSICAL 2.0”

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About Ilaria Faraoni

Ilaria Faraoni
Giornalista, laureata in "Lettere Moderne - discipline dello spettacolo" alla Sapienza di Roma (vecchio ordinamento) con una tesi in "Storia del Teatro", ho studiato musica e chitarra classica per 10 anni con il Maestro Roberto Fabbri, sono istruttrice FITD di balli coreografici a squadre (coreographic team). Il mio interesse per l'arte è a 360°. Ho studiato fumetto diplomandomi alla "Scuola Internazionale di Comics". Tra le mie attività c'è anche la pittura: ho frequentato i corsi della Maestra Rosemaria Rizzo e ho tenuto diverse mostre personali (una delle quali interamente dedicata al mondo del musical) in sedi prestigiose; nel 2012 sono stata premiata a Palazzo Valentini (sede ufficiale della Provincia di Roma) con un Merit Award per la promozione dell'acquerello.

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