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REVIEW – JOHNNY JOHNSON

Johnny Johnson firmato Marras: esperimento riuscito

di Sandro Avanzo

Quasi una novità italiana l’allestimento del capolavoro americano di Kurt Weill finalmente all’Auditorium di Milano dopo il debutto ad aprile al Teatro Comunale di Modena. Pur di poterlo portare in scena il regista Gianni Marras, che da anni si batteva per farlo conoscere al pubblico di casa nostra, ha accettato di produrlo a low-low-low budget con i giovanissimi interpreti di una scuola bolognese di teatro in cui la musica e il canto non sono materie primarie.

E la sua, pur tra mille e mille limiti di ogni tipo, va considerata una sfida vinta. A partire dall’importanza che ha dato alla definizione sul frontespizio dell’opera “Play with music-Commedia con musica”, indicazione preziosa nella sua messa in scena dove ha evidenziato appieno l’anomalo e originale senso dell’inserimento dei song nello svolgimento della rappresentazione (anomalo rispetto ai coevi standard americani).

Non a caso ha offerto una posizione privilegiata all’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi ponendola al centro del palcoscenico, come a sottolineare l’importanza che ha voluto attribuire alla partitura del musicista di Dessau rispetto agli accadimenti agiti nella vicenda. Per lo svolgimento della sinossi ho deciso di rimandare al programma di sala qui allegato in scansione dalla stampa per l’allestimento modenese, mentre ho ritenuto più opportuno aggiungere a quelle note alcuni altri elementi storici che permettano di meglio collocare e approfondire l’opera.

Johnny Johnson, datato 1936, è il primo lavoro composto da Weill per il palcoscenico americano e risulta un vero e proprio punto di svolta nel teatro musicale di Broadway. Lontano dagli standard dello spettacolo storico di uno Show Boat e non ancora una celebrazione delle proprie radici di un Oklahoma! è un lavoro di concezione e di cultura musicale profondamente europea, anche se vi si cantano le lodi della Statua della Libertà e (con satirica ironia) dell’esercito dello Zio Sam.

Di fondo è il progetto rimasto in sospeso e non realizzato in collaborazione con Bertolt Brecht, variante di quello stesso romanzo ceco Il buon soldato Švejk di Jaroslav Hašek che sarebbe stato alla base della pièce Svejk nella seconda guerra mondiale, ora finalmente portato a termine in terra americana col drammaturgo Paul Green del gruppo di sinistra Group Theatre.

Siamo negli anni in cui i tempi più bui della Grande Depressione stanno quasi per finire e torna a emergere il complesso d’inferiorità verso la cultura europea, per cui oltre Atlantico si spalancano le braccia agli artisti, a cineasti e musicisti esuli in fuga dal Nazismo e dalle persecuzioni antisemite in grado di “nobilitare” il panorama culturale. La borghesia di Manhattan è disposta a sopportare perfino la satira antimilitarista dal solfureo aroma para-comunista in cambio di arie e musiche che abbiano un sapore di autenticità parigina o berlinese. E puntualmente Weill offre pagine come Mon Ami, My Friend o Youkali (che ora diventa In No Man’s Land) riciclandole dal suo precedente spettacolo francese Maria Galante, non si sa se per praticità o per urgenze nei tempi di consegna.

Lo spettacolo ebbe un discreto successo di critica (ne parlarono in termini lusinghieri e ne colsero le novità il New York Times, Time, The New Yorker), ma non superò le 70 repliche e solo i critici più sensibili notarono come il regista Lee Strasberg avesse posto più attenzione al copione di Green senza accorgersi del valore e delle potenzialità delle partiture di Weill.

Dopo quella lontana messa in scena del 1936 bisognerà attendere fino al 1956 per poter vedere un nuovo allestimento newyorkese di Johnny Johnson alla Little Carnegie Playhouse e a quello stesso anno risale anche l’importante incisione discografica della MGM nel cui cast compare anche la moglie di Weill, la leggendaria Lotte Lenya. Una seconda incisione realizzata dalla Erato porta la data del 1996. Tra gli allestimenti di un qualche risalto vanno poi ricordati quelli del 1971 all’Edison Theatre di Broadway, e le due edizioni londinesi della Royal Shakespeare Company del 1986 e del 2009 del Discovering Lost Musicals Charitable Trust. Questa di Modena e Milano è una vera première italiana.

Nell’affrontare tutta questa materia il tandem composto dal regista Marras e dal traduttore Roberto Polastri è stato condizionato pesantemente – lo si è sottolineato fin dall’inizio – dall’assoluta scarsezza del budget e da un cast non specificatamente preparato nel musical, per cui è stato quasi un obbligo/necessità arrivare a un adattamento adeguato alla situazione, adattamento che ha comportato alcune semplificazioni e modificazioni del copione originale di Paul Green e anche il taglio di alcuni dei song di Weill per quanto magnifici. Nonostante ciò il risultato finale resta di rilievo.

Nel suo allestimento così essenziale il regista Marras ha organizzato la scena con una serie di praticabili neutri atti a muovere il palco su differenti piani agibili dominati al centro dal monolite della Pace, monumento a un ideale del tutto retorico che alla fine si rivelerà un vuoto simbolo e verrà usato come garitta quando non come metafora della mortal bara.

Molto si deve al disegno luci se le scene si susseguono fluide nel passaggio da una situazione all’altra, soprattutto nelle scene di gruppo come nell’incipit o nella scena dei soldati isolati in trincea. Il vuoto del palcoscenico viene costantemente compensato dalle azioni degli interpreti.

Certo non tutti costoro sono dotati dei talenti vocali adeguati al rispettivo ruolo, ma va considerato che non siamo davanti a performer di musical preparati nelle tre discipline, tanto più che sono allievi attori (non ancora diplomati!) di un’accademia di teatro, la bolognese Scuola Alessandra Galante Garrone, e che l’impegno nell’esprimersi spesso compensa il deficit vocale. Alcuni di loro però potrebbero nel tempo affrontare davvero il palcoscenico del musical, in primis il protagonista Michele Onori che regge con padronanza la parte, ma anche Daniel Sansalone che da buon caratterista tratteggia comicamente la figura dello psichiatra o Camilla Bertinato che nel ruolo dell’infermiera merita l’applauso nel numero di Mon Ami, My Friend.

Sul piano dell’esecuzione musicale solo plausi, e molti, molti, molti, vanno all’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi e al direttore Roberto Polastri che hanno saputo restituire non solo il complesso spirito della partitura di Kurt Weill, ma ne hanno reso esplicita la molteplicità dei valori dell’origine quando l’impegno politico si sposava all’avanguardia di ricerca di nuove sonorità, quando si perseguiva l’obiettivo di comporre musica complessa e colta ma fruibile anche da orecchie popolari non educate, quando lo spirito corrosivo del cabaret trovava naturali le forme del jazz. Questa loro resa sonora delle pagine di Weill si può solo definire come “magistrale”.

Alla fine della serata si esce con la piacevole sensazione di aver assistito a una sorta di workshop in divenire, allo stimolo, al prequel di una messa in scena importante da parte di un qualche ente lirico italiano che prima o poi deve decidersi a proporre nel proprio cartellone quest’opera di Weill (o Der Silbersee) inteso non solo come autore dell’Opera da tre soldi, ma come imprescindibile maestro della musica del ‘900. La messa in scena di Marras sta a indicare proprio questo appuntamento fino ad oggi mancato.

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