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REVIEW – GREASE 2017 (edizione speciale XX anniversario)

Grease special edition: 20 anni ma…

di Lucio Leone e Paolo Vitale – foto di Francesco Prandoni

Lucio Leone: Stavolta attacco io. Sei pronto? E… “wop ba-ba lu-bop and wop bam boom!”.

Paolo Vitale: Grease la vendetta!

LL: Per una volta cominciamo dalla conclusione, con la nostra solita domanda del raddoppio: prenderesti un taxi per andare a vedere l’edizione dei 20 anni di Grease?

PV: Diciamo che sono felice di avere la macchina! Purtroppo no: questo Grease non vale una corsa in taxi!

LL: Eh, bell’incipit. Però concordo, ed io, che sono senza macchina, al massimo ti chiederei un passaggio. Ma tocca motivare… In realtà dal punto di vista visuale è una festa per gli occhi, sei d’accordo? Affascinanti idee registiche, fresche, nuove; e poi le coreografie di Gillian Bruce sempre più belle, le scene di Gabriele Moreschi che presentano un flipper destrutturato e una palette di colori al massimo della saturazione in pieno stile anni ’50 (con un vago omaggio alla struttura di quel Next To Normal che probabilmente è davvero servito a inaugurare una nuova stagione per il musical italiano)… e ancora i numeri con novità e trovate folli e geniali come il video al drive in con tanto di cameo eccellenti in stile B-movie o la scena pensata per Freddy my love! Però, malgrado tutta questa ricchezza di pensiero e creatività… qualcosa non gira… no? E non parlo solo della canzone nuova di Frenchy che sa solo il diavolo perché hanno sentito il bisogno di scrivere per la versione tv o il piazzare “a buffo” un bel Teen Angel mezzo nudo (che ormai lo svestire i manzi in scena pare essere diventato il nuovo must del musical italiano).

PV: Esattamente! Questa special edition ha una confezione molto bella… ma il contenuto, ahimè, non è alla stessa altezza. Visivamente è uno spettacolo molto interessante e in effetti Saverio Marconi è riuscito a svecchiare (e non poco) un titolo ormai trito e ritrito. Tuttavia il cast in molti punti risulta debole ed il risultato finale non è convincente.

LL: Prima di affrontare le note dolenti concludiamo il discorso sul team creativo però… cominciando (e lo so che ti fa piacere vista la tua particolare predilezione per questo aspetto della tecnica teatrale) con le luci che portano la firma di Valerio Tiberi

PV: Buone anche le luci. Certo, da questo punto di vista Grease non è stimolante come un American Idiot, ma hanno fatto comunque la loro figura. Ho trovato molto interessante l’integrazione con i fondali grafici retroilluminati (opera del video designer Virginio Levrio) e con le “linee luminose” che scandiscono tutta la scenografia. Luci e scenografia sono assolutamente interdipendenti in questo spettacolo: è difficile capire dove finisca il lavoro di Moreschi e dove inizi quello di Tiberi.

LL: Facile anche spendere un apprezzamento al lavoro (anche questo di squadra) per la parte sonora invece. Ci siamo più e più volte lamentati della fonica che penalizza uno spettacolo e invece ultimamente ci ha detto bene andare a teatro con gli ultimi titoli che abbiamo visto, e Grease è fra questi! La supervisione di Marco Iacomelli, gli arrangiamenti di Riccardo Di Paola, il progetto di Donato Pepe, la direzione vocale di Gianluca Sticotti e l’orchestra di 8 elementi diretta da Vincenzo D’Angelo hanno portato davvero un buon suono sul palco. Certo (e qui si ritorna al cast), non tutti sono cantanti forti e probabilmente qualche aiutino maggiore sarebbe stato cortese verso le vocalità meno sicure (ma abbassare, o alzare qualche tonalità secondo bisogna? Non si dovrebbe, ma almeno ne sarebbero usciti meglio…), ma questo non riguarda espressamente la qualità del suono che era decisamente buona.

PV: Se uno non sa cantare non sa cantare… ed il sound designer può farci ben poco! Lo stesso dicasi per il ballo. Immagino la sofferenza di Gillian Bruce nel dover concepire certi movimenti coreografici da villaggio turistico per venire incontro alle carenze di parte del cast.

LL: Perfido carognone! Ma mi vuoi strappare il titolo di “Wicked critic of the west“? Non ti ci provare! Comunque mancano all’appello solo i costumi di Carla Accoramboni. Che, a differenza delle scenografie, non sono stati rinnovati. Hanno perciò un aspetto fané che stride un po’ confrontandoli con la saturazione che invece rende squillanti le scene. Peccato… si sarebbe potuto osare di più e sicuramente non ci sarebbe stato questo stacco. Ed ora via. Siamo arrivati alla regia ed al cast. Vai tu o vado io?

PV: Vado io. Il cast. Perché? Io apprezzo il Guglielmo Scilla YouTuber, non conosco il Guglielmo Scilla speaker… ma decisamente non amo il Guglielmo Scilla protagonista di musical. Non ha nessuna preparazione tecnica. Possiede certamente una certa intelligenza teatrale sui tempi comici, ma sul resto non è pronto. Sono certo che con un po’ di studio potrebbe diventare un buon performer perché è di buona stoffa, ma vederlo già nelle vesti di Danny Zuko l’ho trovato decisamente fuori luogo. Il risultato? Nelle scene d’assieme spiccava Riccardo Sinisi (che furbescamente la Bruce ha piazzato sempre in prima linea) e non Scilla. Danny finiva per essere uno dei tanti del gruppo senza arte né parte. I momenti migliori del suo personaggio sono stati quelli in cui è emerso lo Scilla comico, ma quando Scilla lasciava spazio a Danny si ricadeva nel mediocre. Quindi torna la mia domanda: perché? È già il terzo caso, in questa stagione teatrale, in cui un non protagonista è meglio del protagonista. Spiegatemi il senso di tutto questo!

LL: Anche io ho apprezzato alcune cose di Scilla, e penso possa tranquillamente fare bella figura con un testo brillante già adesso. Ma il musical è ovviamente altro e lui, ahimè, diventava trasparente quando si trattava di prendersi la scena nel gruppo. Detto questo provo a declinare in questo contesto una sorta di teoria degli insiemi per arrivare poi ad un discorso generale. Sul palco c’è un primo gruppo, impiegato al 50, 60% del proprio potenziale, che comprende Lucia Blanco, Giulia Fabbri o Roberta Miolla. Ognuna di loro, che singolarmente apprezzo, ha avuto il problema di confrontarsi con un personaggio che ha “divorato” l’attrice. Peccato. Occasione persa. Blanco e Miolla sono bellissime donne con un forte senso del palco ma sembrava si sforzassero di vestire i panni di Sandy e Marty secondo un cliché lontano da loro piuttosto che diventare Sandy e Marty, di fatto non regalando nulla di sé al proprio ruolo. La Fabbri invece è andata di “maniera”, e sotto quelle parrucche solo la vocina da cartone animato -che è soltanto una delle diverse frecce nel suo arco- mi diceva che c’era lei. Poi ci sono quelli che si sono fatti abbastanza onore, Gioacchino Inzirillo, Federica Vitiello e Giorgio Camandona col sottoinsieme di quelli che tutto sommato se la cavano malgrado le parti piccole (Luca Peluso, Giulio Benvenuti e l’ensemble); quello bravo ma miscast (Sinisi che fa Kenickie? No, ma dai: sul serio?! è come avere in casa uno splendido vaso di Gallé e usarlo poi per innaffiare i gerani!), e infine, e mi spiace molto doverlo sottolineare, persone che purtroppo non sono state all’altezza dei ruoli, grandi o piccoli che fossero. Soprattutto dal punto di vista attoriale. Con una recitazione innaturale, finta e sopra le righe, oppure con evidentissimi problemi di dizione (che si notano! soprattutto poi se gli dai da recitare dei monologhi lunghi…) o, ancora, che confondono fare il carattere con diventare una macchietta, con (in)evitabile parlata straniera o regionale annessa -e non è un caso che non strappassero risate nemmeno a pagarle-. Su tutti spicca però Ilaria Amaldi. Bastano appena due battute della sua Miss Lynch per farti dire “Oh, che meraviglia! Ecco! finalmente una attrice”. Siamo tutti concordi nel dire che questa divisione tra prosa e musical esiste solo in Italia e non faccia bene al nostro teatro? Bene, mi chiedo, a parte Amaldi, quanti, preparati così, avrebbero potuto sostenere un’audizione per un ruolo in una compagnia di prosa? E prima ancora che a te, lo chiedo a due grandi persone del teatro che stimo tanto (l’ho detto e ripetuto privatamente e pubblicamente molte volte) come il regista Saverio Marconi e Mauro Simone (che firmava la regia associata): perché, ma perché queste scelte di cast?

PV: Io ho trovato tutta la recitazione eccessiva. Tutto troppo urlato, tutto troppo sopra le righe, tutto troppo caricato. Non ne capisco il motivo, ma tant’é… sinceramente sono uscito dal teatro per nulla divertito, anche un po’ annoiato. E dire che l’anno scorso l’altro cast mi aveva entusiasmato!

LL: Mi sa che abbiamo detto tutto, nel bene e nel male… E mo’ come la chiudiamo visto che la storia del taxi ce la siamo spesa all’inizio?

PV: Chiudiamo con una citazione. Grease? “Sì, questo è il mio nome ma non me lo sciupare“. (Si capisce?)

LL:  (Si, sì, “cocco”: si capisce. E si capisce anche che… Grease vive in noi, se no a te mica veniva in mente di chiudere così e io… col cavolo che ti capivo!)

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