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REVIEW – FLASHDANCE. IL MUSICAL

Torna in Italia Flashdance, il musical tratto dall’omonimo film-cult campione di incassi nel 1983

di Lucio Leone

Da anni cerco di far recepire attraverso il mio lavoro di giornalista, critico ed insegnante un concetto che solo in Italia fatica a essere compreso: i termini “musical” e “teatro musicale” sono sinonimi. Invoco però oggi il diritto una tantum di contraddire me stesso, e di considerare questa recensione zona franca in cui do per buono, io per primo, il paladino del “Performer non significa nulla! Chiamatevi attori santo Cielo (…sempre che siate titolati ad essere considerati tali)!“, che i due concetti siano divisi secondo l’accezione che l’italico pubblico comunemente dà alla parola “musical”.

Ecco: Flashdance è un musical. Proprio in quel senso lì. Se vi aspettate del teatro mettetevi pure tranquilli: non lo avrete. Certo, il Nazionale è un teatro, ma si tratta solo di un contenitore in cui va in scena altro. Innanzi tutto la nostalgia. Il titolo è stato scelto proprio per questo motivo: contare sul ricordo dell’occhione da cerbiatta di Jennifer Beals e su quel malandrino mazzo di fiori rosso finale che, sulle note della canzone di Irene Cara, hanno fatto palpitare cuori induriti che pure un Chuck Norris si sarebbe commosso come una verginella al primo bacio.

E insieme alla nostalgia avrete anche un intrattenimento adrenalinico ed energetico, con una Valeria Belleudi mattatrice che da sola meriterebbe il costo del biglietto. E poi avrete televisione, tanta. Che si impossessa dell’intero boccascena con delle proiezioni degne di MTV e dei suoi storici videoclip su uno schermo formato condominio (unici pallidi riflessi del decennio di cui Flashdance è stato un simbolo) e che continua nelle coreografie televisive di Marco Bebbu (molto belle ad onor del vero, ma che temo piaceranno solo ai ballerini. Quelli della prosa si chiederanno “perché?” visto che non aggiungono assolutamente nulla alla narrazione, ed il pubblico televisivo… le darà per scontate perché se le vede in tv, anche se meno riuscite, tutti i santi sabato sera che il Dio-Telecomando manda in terra).

Parte del problema ad onor del vero è a monte. Flashdance, come molti altri esempi di musical tratti da film di grande successo (Footloose, Fame, La Febbre del Sabato Sera, Dirty Dancing, The Bodyguard… uh, ma quanto è lunga ‘sta lista!) è un’operazione squisitamente commerciale, che nasce senza nessuna vera ispirazione drammaturgica, senza cuore.
Se poi a questo si aggiunge la richiesta della regia di recitare secondo un metodo che potremmo probabilmente definire Efedrinovsky visto che praticamente tutti gli attori in scena sembrano essere bipolari ma senza i momenti down, e ad alcune scelte sinceramente inspiegabili (non fosse bastato il drammatico video coi palloncini all’inizio, il momento-animazione con la direttrice dell’Accademia che chiede al pubblico l’autorizzazione a far sostenere ad Alex l’audizione potrebbe far ricredere Brecht sull’opportunità che quella cacchio di quarta parete possa essere sfondata), si capirà come il prodotto finale sia un “musical”, che facilmente soddisferà chi proprio quel prodotto lì vuole e si aspetta. Una specie insomma di fiction allegrotta con musica, balletti (sic) e canzoni. Un prodotto dal sapore industriale che altrettanto facilmente sarà dimenticato da chi invece da una serata teatrale vuole di più. Brutto? Ma no, se riuscite a sopportare quella recitazione no. Senza particolare sapore più che altro, pallidino. Industriale, appunto.

Dispiace che una donna di grande esperienza come Chiara Noschese, che firma la regia, e che tanto bene sa dosarsi sul palco quando è in scena, spesso ottenga invece quell’effetto sopra le righe quando dirige gli altri, e dispiace vedere un talento come quello di Belleudi non impiegato al meglio del suo potenziale. Perché la ragazza è molto bella, canta bene e balla esattamente come deve cantare e ballare Alex per farci sognare, ma purtroppo titolo e allestimento non le rendono giusto onore. Per quanto riguarda il resto del cast non posso non sottolineare la splendida performance vocale di Lorenzo Tognocchi. La sua recitazione però, sottotono rispetto alle altre (il che è comunque, secondo me, un merito) lo rende poco incisivo. Un sussurro, quando tutti intorno a te urlano, è difficile da notare. Che peccato.

Ed è un peccato anche che una attrice con tanti chilometri di palco come Altea Russo sia così spesso utilizzata solo come “donna agée” quando di agée ha solo l’esperienza ma non certo l’età anagrafica. Russo infatti si ritaglia con molto mestiere e molta intelligenza scenica un carattere che ha un senso, ma che purtroppo risulta del tutto slegato dal contorno. Le si riconosca comunque il merito di aver strappato l’unica vera risata a scena aperta (senza spoilerare, ma giusto per capirci con chi lo ha visto o chi lo vedrà, quando parla delle “contrazioni” che sono richieste a chi balla).

Nell’elenco delle cose che potrebbero essere comunque migliorate ci sono senz’altro il progetto luci di Francesco Vignati che, con tagli così spesso verticali, ottiene un effetto gargoyle non proprio utile a riconoscere la mimica facciale degli attori, ed il disegno fonico di Armando Vertullo che – stranamente – per una volta non aiuta a capire ed apprezzare il grande lavoro di Angelo Racz, direttore musicale.

Assolutamente da riconoscere invece, insieme agli altri elementi positivi ricordati, il ritmo e l’energia di tutto il cast (che non vengono mai meno e che finiscono comunque per far partire il piedino per battere il tempo), la performance di Ilaria De Rosa, ottima voce, e la resa dell’iconica scena con la cascata di acqua sulla Alex-ballerina-di-night con cui si chiude il primo atto. Una menzione senza enfasi alle perfomance di Marco Stabile ed Elisa Lombardi (che non hanno modo, in questo contesto, di mostrare tutte le loro potenzialità), e alle scene di Gabriele Moreschi.

Un no deciso infine alle proiezioni didascaliche e alle gag muscolari (…le finte cadute? …sul serio?).

 

About Lucio Leone

Lucio Leone
Architetto (per tradizione e vocazione... familiare), in seguito giornalista che si è occupato di design, architettura, arte, enogastronomia, viaggi e spettacolo. A seguire l'inevitabile trascorso da pubblicitario e poi di nuovo giornalista, mi occupo di spettacolo per vocazione (questa volta mia) e passione, e insegno Storia del Musical in alcune Accademie di Teatro.

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