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REVIEW- FEBBRE DA CAVALLO

Al Teatro Sistina, con la regia di Claudio Insegno, il cult di Steno diventa uno spettacolo musicale che non tradisce l’originale. Gli appassionati del film ritroveranno con piacere tutte le battute, ma si poteva osare di più…

di Ilaria Faraoni

Era il 1976 quando uscì nelle sale Febbre da cavallo, un film il cui soggetto (di Massimo Patrizi) era nato per essere un atto di denuncia sul mondo degli scommettitori alle corse dei cavalli ma che si tramutò, dopo varie vicissitudini, nella divertente commedia diretta da Stefano Vanzina – in arte Steno – che il pubblico conosce e ama.

Solo negli anni successivi, però, il film sarebbe diventato un vero e proprio fenomeno, grazie anche alle interpretazioni di Enrico Montesano (Armando, “Er Pomata”) e Gigi Proietti (all’epoca ancora Luigi) nel ruolo di Bruno, “Mandrake”.

La storia racconta le avventure degli squattrinati Mandrake, Er Pomata e Felice, tre amici col vizio inguaribile del gioco alle corse, disposti a qualsiasi imbroglio, truffa, bugia e sotterfugio per racimolare i soldi necessari alle scommesse, che si riveleranno immancabilmente dei buchi nell’acqua. Intorno al trio, una serie di personaggi vittime o complici dei loro raggiri: dall’avvocato De Marchis, proprietario del cavallo Soldatino, a Gabriella, fidanzata di Mandrake, che complicherà la situazione decidendo, dopo essere stata da una cartomante, di giocare una Tris su tre “brocchi”: Soldatino, King e D’Artagnan.

Dell’arduo compito di adattare per il teatro quello che oggi viene definito un cult, si è incaricato Enrico Vanzina (figlio di Steno), che aveva già firmato la sceneggiatura della pellicola insieme al padre e ad Alfredo Giannetti.

Presentato da MF PRODUZIONI in collaborazione con IPE CONFIDI, lo spettacolo è diretto da Claudio Insegno che si avvale della supervisione artistica di Enrico Brignano.

Gli appassionati del film possono stare tranquilli: Febbre da cavallo, benché fatto diventare una commedia musicale, non è stato stravolto. Lo spirito è stato rispettato ed il copione è stato ripreso esattamente da quello della pellicola: tutte le battute sono al loro posto, compresi gli scioglilingua sempre più ridicoli legati alla scena della pubblicità del Vat 69, il «Whisky maschio, senza rischio».

Sono al loro posto anche l’inseparabile giornale “Cavallo“, le sigarette in bocca a Er Pomata, i baffi di Mandrake, il treno, il Gran Caffè Roma, la farmacia Magalini, la vasca da bagno dell’albergo e perfino i cavalli Soldatino e Bernadette.

E la sigla scritta da Franco BixioFabio FrizziVince Tempera? Quel tormentone che ritorna in tutto il film a commentare i vari passaggi tanto da essere imprescindibile quando si pensa a Febbre da cavallo? Naturalmente c’è anche quella, quasi ad ogni cambio scena. Del resto le canzoni dello spettacolo teatrale sono state affidate proprio al Maestro Frizzi; le liriche sono di Toni Fornari, che interpreta anche il macellaio “Manzotin”.

Ma veniamo al nocciolo della questione. C’era bisogno di rendere Febbre da cavallo uno spettacolo musicale? No, nella misura in cui se si togliessero le canzoni, nulla cambierebbe nella commedia. I brani non fanno quasi mai progredire la storia, proprio perché questa scorre esattamente secondo il copione originale. A volte i pezzi presentano semplicemente i personaggi (come nel caso di “Manzotin” vittima di una delle “mandrakate” del trio); altre volte ribadiscono le intenzioni già espresse dei protagonisti o sottolineano alcune situazioni. Solo in un paio di casi portano avanti la narrazione, come quando Gabriella si reca dalla cartomante o quando l’avvocato De Marchis vuole farla finita nel fiume.

In definitiva, le musiche non sembrano scritte per uguagliare il testo nell’importanza narrativa, creando con esso una stretta interdipendenza. Si poteva invece osare di più, creando qualcosa di nuovo, che vivesse di vita propria, pur nel rispetto del copione originale. Sembra di intuire invece che l’attenzione debba comunque rimanere a quello che si è visto nel film e alle battute, che parte del pubblico conosce a memoria.

Discorso a parte va fatto per quella che si può definire una vera e propria sigla di apertura, con tanto di titoli cinematografici a schermo, che per la sua stessa natura si impone.

Nel complesso, lo spettacolo musicale, con le coreografie di Stefano Bontempi, è ben confezionato e risulta gradevole, grazie anche all’ensemble di ballerini, molto energico e preparato.

I costumi, che ricreano immediatamente lo stile anni Settanta, sono firmati da Paolo Marcati.

Le scenografie di Gianluca Amodio, che si avvale di Shaper Scene di Mario Amodio, sono su due livelli, con elementi sempre in movimento che salgono, scendono o avanzano: sono ben riuscite e contribuiscono a mantenere il ritmo della storia con la loro velocità dinamica.

Indovinato anche l’uso delle due barcacce del teatro che ospitano di volta in volta il cronista e il pubblico delle corse, il giudice del processo nel quale finiscono i protagonisti e, successivamente, il pubblico che assiste al processo.

Buone soluzioni sono anche quelle adottate nelle videografie, anche se a volte sono frutto di riprese reali e altre volte sono costruzioni computerizzate, quindi manca un pizzico di omogeneità.

Da citare è la scena in cui er Pomata e Mandrake gareggiano con Soldatino e Bernadette  nella corsa più importante ai fini della storia, con il percorso che scorre alle loro spalle in senso frontale. Da migliorare la “lotta” tra Soldatino e Bernadette per il primo posto e di conseguenza quella tra Er Pomata e un Mandrake cui è sfuggita la situazione di mano. Occorrerebbe poi trovare un’unità visiva anche per la rappresentazione dei cavalli in scena. Perché presentarli qui con ballerini in tuta nera aderente, se prima si è scelto di raffigurarli con delle teste equine mobili molto realistiche? La domanda vale naturalmente anche al contrario.

Veniamo al cast. Spicca su tutti l’esperienza e l’interpretazione di Maurizio Mattioli nel ruolo dell’Avvocato De Marchis, ed è doveroso citare nuovamente la scena in cui il suo personaggio pensa al suicidio, che nel film era narrativamente un po’ in sordina: nella trasposizione teatrale Mattioli si guadagna la canzone di cui si è parlato in precedenza e l’attore con pochi tratti riesce a trasmettere un bel momento di verità e sentimento, che si stacca dal tono generale della commedia.

Efficace anche il resto del cast. Andrea Perroni è Er Pomata e si è scelto di farlo recitare con le stesse intonazioni di Montesano: sappiamo che Perroni è anche un imitatore; naturalmente in Febbre da cavallo non fa l’imitazione di Montesano, ma lo ricorda molto ed è un’arma a doppio taglio, tanto più che Patrizio Cigliano ci presenta un Mandrake tutto suo, che si discosta dall’interpretazione di Proietti. La coppia però funziona bene, con il giusto ritmo e buona convinzione anche nelle parti musicali.

Il Felice di Tiziano Caputo è abbastanza diverso dalla sua controparte cinematografica, leggermente meno ridicolo e imbranato; dal punto di vista musicale, con Cigliano e Perroni forma un convincente trio vocale.

Sara Zanier è Gabriella, il ruolo che fu di Catherine Spaak. A suo agio nei numeri musicali e già apprezzata molto in altri contesti, Sara ci presenta un personaggio più dolce e simpatico di quello che ci si aspetta. Nella scenata contro Bruno/Mandrake al processo, sembra che le indicazioni di regia la trattengano un po’ troppo, facendo perdere forza al momento.

Ben riuscito il Jean Louis Rossini di un irriconoscibile Andrea Perrozzi.

Prende applausi a scena aperta la Giuliana sorella di Armando “Er Pomata” interpretata da Paola Giannetti: in teatro si è potuto giocare di più sulla caratteristica della donna (l’alito che definire pesante è dir poco) e l’attrice da caratterista esperta non ha avuto problemi a rendere al meglio le scene a disposizione, anche quando ha vestito il ruolo della cartomante, cui sono dedicati due numeri musicali tra i più accattivanti a livello coreografico, con tanto di danzatrici orientali distribuite sui due livelli della scenografia.

Ineccepibile il “Manzotin” di Toni Fornari (che è impegnato contemporaneamente come autore e regista di Noi romane, noantre al Teatro Belli); incisivo il giudice di Massimiliano Giovanetti, che porta a casa un altro degli applausi a scena aperta scrosciati la sera della prima. Giovanetti, inoltre, collabora ai testi con Manuela D’Angelo.

Lodi anche a Benedetta Valanzano, Mafalda, che si dimostra ancora una volta calata con la giusta verve nel ruolo che interpreta.

A chiudere il cast troviamo: Andrea Pirolli (Setlvio), Simone Mori (Ventresca), Silvana Bosi (la nonna) e il giovanissimo Ian Manzi.

Solisti e soliste: Marco Alimenti, Debora Boccuni, Raffaele Cava, Sara Cipollitti, Eugenio Di Giovanni, Shaila Di Giovanni, Gianmarco Gallo, Marta Giampaolino, Giulia Patti, Eus Santucci.

Lo spettacolo sarà in scena al Sistina di Roma fino al 9 aprile.

About Ilaria Faraoni

Ilaria Faraoni
Giornalista, laureata in "Lettere Moderne - discipline dello spettacolo" alla Sapienza di Roma (vecchio ordinamento) con una tesi in "Storia del Teatro", ho studiato musica e chitarra classica per 10 anni con il Maestro Roberto Fabbri, sono istruttrice FITD di balli coreografici a squadre (coreographic team). Il mio interesse per l'arte è a 360°. Ho studiato fumetto diplomandomi alla "Scuola Internazionale di Comics". Tra le mie attività c'è anche la pittura: ho frequentato i corsi della Maestra Rosemaria Rizzo e ho tenuto diverse mostre personali (una delle quali interamente dedicata al mondo del musical) in sedi prestigiose; nel 2012 sono stata premiata a Palazzo Valentini (sede ufficiale della Provincia di Roma) con un Merit Award per la promozione dell'acquerello.

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