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REVIEW – EVITA

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Evita secondo Piparo: luci ed ombre sulla Casa Rosada

foto-flaviofrank-1di Lucio Leone e Paolo Vitale

Paolo Vitale: Evita. Vuoi per il titolo classico, vuoi per il battage pubblicitario con il nome di Malika Ayane stampato a lettere cubitali, vuoi per la polemica sul “per la prima volta in italiano” [vedi nota a piè di pagina ndr], ma abbiamo atteso con molta curiosità questo debutto.

Lucio Leone: No dai però! Non facciamola così ingessata. Va bene, lo aspettavamo tutti perché Piparo, in maniera molto lungimirante, da mesi ci ha fatto parlare solo di “Malika Ayane in Evita“. Fatto sta che eravamo tutti lì con il nostro bel bagaglio di aspettative e/o preconcetti, che poi abbiamo dovuto (come sempre si fa) azzerare alle prime note dell’ouverture. Quindi in qualche modo cerchiamo di dare un taglio più leggero alla recensione. Perché, non so se l’hai notato, non ho mai visto tanti colleghi discutere animatamente i pro e i contro dell’allestimento durante l’intervallo come per questo Evita. E quindi facciamolo anche qui. Del resto (diciamolo subito) nemmeno tu ed io siamo d’accordo su tutto, no?

PV: E’ vero, neanche noi due siamo concordi al 100%. Questo “Evita” è sicuramente uno spettacolo che dividerà la critica. Allora ti chiedo subito a bruciapelo, per entrare nel vivo della critica, cos’è la cosa che hai maggiormente apprezzato di questo allestimento?

LL: Il fatto stesso che si sia riportato in scena in Italia uno dei capolavori di Webber. Un classico. Un classico colto e ricco di sfaccettature. Musica, drammaturgia, approfondimento psicologico, ritmo lo rendono un vero caposaldo. Il pubblico italiano deve poter avere delle alternative rispetto ai pur rispettabilissimi (se fatti bene) titoli di intrattenimento puro.
Ora sta a me però, e ti chiedo di elencare in una botta, come viene viene, tutto quello che non ti ha convinto. Vediamo se abbiamo una linea comune sui pro e i contro, e poi semmai i nostri lettori li tediamo in seguito spaccando i capelli in quattro. O in otto. O in fivehundredtventyfivethousand… oh scusa. M’è partita la citazione a sproposito.

PV: Io lo ammetto. Ho sofferto. Ho sofferto tanto. Ho trovato le traduzioni una vera pugnalata al cuore. Non ho apprezzato nemmeno le coreografie di Roberto Croce, praticamente inesistenti, ed un paio di costumi francamente fuori luogo. Si, sono questi i punti critici su cui bisognerebbe migliorare. Il tasto più dolente, a mio avviso, rimane comunque quello dei testi.

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LL: Premetto che ho fatto una fatica tremenda a capire quello che veniva cantato non appena la partitura saliva oltre una certa soglia (le voci erano impastate e il volume dell’orchestra finiva per rendere inintelligibile il tutto. Il che ha penalizzato soprattutto sia i cori che la povera Ayane) e che, a semplice lettura delle due canzoni contenute in cartella stampa, ho trovato difficili da digerire versi come “sono sempre io quella là“, “stai qui sii mio“, “giammai l’ho inseguito benché“, ma capisco che adattare un testo come quello di Rice sia impresa destinata a priori ad essere oggetto di critica. Per non scontentare nessuno bisognerebbe mantenere l’originale, ma se vogliamo che il teatro musicale torni ad avere attrattiva su un pubblico poco attento e informato bisogna accettare dei compromessi. Quindi, senza essere tranchant come te che però hai da sempre dichiarato un attaccamento particolare alle liriche originali, dico che effettivamente sì, l’adattamento dei testi non mi è piaciuto. Mi tolgo subito il pensiero di dirti anche che non ho apprezzato nemmeno le luci di Umile Vainieri (squillanti, invasive, didascaliche, di nessun aiuto all’azione scenica, usate solo per illuminare con un retrogusto da concerto pop), i due diversi poli del tutto incompatibili tra loro (Broadway da un lato e Sanremo-dirige-l’orchestra-Beppe-Vessicchio dall’altro) che hanno caratterizzato gli arrangiamenti finendo per confondere lo spettatore ed infine anche le coreografie. Anche queste sembravano più pensate come momento di intrattenimento che di effettivo supporto allo sviluppo narrativo o alla regia. E poi sai quanto io sia allergico alle proiezioni nei musical. Adeguate quelle dei cinegiornali, mi hanno fatto venire la solita orticaria le altre, didascaliche, nel resto dello spettacolo, come il viaggio con l’aeroplanino. Di nuovo, con citazione a sproposito da amante del musical, come Bernadette mi sono chiesto solo “…perché?”. Nel secondo atto trovo poi che molte dinamiche si perdano (soprattutto tra Eva, Peron e la classe dirigente) risultando monco e meno convincente del primo. Di contro ho trovato belle le scenografie di Teresa Caruso (la macchina scenica era assolutamente a proprio agio in uno spazio come quello del Teatro della Luna), i costumi di Cecilia Betona (tranne quello finale di lei con i vetrini appiccicati in stile “addetto alle autostrade”), parecchie idee della regia sia visuali che sostanziali, e la scelta di Filippo Strocchi, di Enrico Bernardi e Tiziano Edini (rispettivamente Che, Peron e Magaldi).

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PV:You must love me” tradotto con “stai qui, sii mio” grida vendetta contro il cielo. Non solo non è tradotto né letteralmente, né “a senso”, ma suona pure male e risulta incantabile! La Ayane faceva fatica a scandire una simile sillabazione forzata! Per non parlare del “Don’t cry for me Argentina” che nel reprise del finale diventa “Piangi per me Argentina“, cioè esattamente l’opposto del pensiero dell’autore. Perché deformare in questo modo un libretto tanto bello e profondo? Perché banalizzare oltremodo le scelte eccelse di Rice? Nel testo originale ci sono mille sfumature psicologiche che nell’adattamento di Piparo scompaiono del tutto. Un esempio concreto: in “High, flying adored” il finale “None else can fill it like I can” viene tradotto con “io sono furba“. Possibile che non si comprenda la profonda differenza di senso tra l’originale e la “traduzione”? I personaggi risultano piatti e vaghi. Per non parlare dello stesso racconto drammaturgico che risulta ampiamente slegato e, a tratti, incomprensibile. Mi chiedo cosa sia arrivato allo spettatore che abbia assistito per la prima volta allo spettacolo. La bellezza e la complessità del testo no di certo! Sugli altri punti sono d’accordo con te: il costume finale, quello catarinfrangente, è totalmente fuori luogo. Propongo di utilizzarlo per un futuro Mamma Mia! Le proiezioni poi sono diventate una vera persecuzione. Fossero almeno fatte bene…! Apprezzato Bernardi ed Edini, ottimi nei loro ruoli, nonostante i testi incantabili.

LL: Ma ancora sui testi? Te l’ho detto. Tu sei un talebano su Evita, usi persino immagini come “scelte eccelse“! Dai, vediamo che manca, che se no ci dilunghiamo troppo. Ah be’, certo, dovremmo parlare di Malika Ayane, ovviamente. Siamo onesti, il “mondo del musical” l’aspettava a fucile spianato come fanno sempre quando un “outsider” arriva come nome da botteghino. Come l’hai trovata tu?

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PV: Si è vero, la Ayane è stata fonte di grande curiosità e sorgente di tante polemiche. Per quello che ho potuto vedere (e sentire) ritengo che si sia stata solo l’ennesima trovata pubblicitaria: il nome di chiamo “che la gente va a vedere a prescindere“. Diciamo che la resa artistica sul palco non ne giustifica assolutamente la presenza ed il clamore. La Ayane ha fatto un lavoro dignitoso, dobbiamo ammetterlo, ed è certamente stato apprezzabile il volersi mettere in gioco su di un campo non familiare. Tuttavia il registro vocale di Evita è veramente lontano dal suo e la difficoltà nelle note più alte (per esempio in “Una nuova Argentina”) è stata evidente. Vedere in difficoltà una cantante preparata come la Ayane mette sinceramente un po’ di tristezza. Anche attorialmente la sua Evita è molto debole, per quanto il risultato finale sia di gran lunga migliore di quello di altre sue “colleghe” recentemente prestate al musical.

LL: Va bene, ho capito… con l’ultimo commento mi hai fatto venire in mente un paio di nomi a cui posso rispondere solo con “ti piace vincere facile“, eh?! Resta il fatto che se si vuole portare le persone a vedere il musical, e far capire a un pubblico essenzialmente televisivo, pantofolaio e magari non particolarmente edotto su cosa sia davvero il genere qualche compromesso bisogna pure accettarlo. Non dico che Malika Ayane sia una scelta perfetta, ovvio. il ruolo di Eva è talmente complesso che farebbe tremare i polsi a chiunque, dal punto di vista attoriale prima ancora che musicale. Non basta saper recitare, devi “evocare” una stronza (è definita così nel libretto) che alla fine si finisce per sentire umanamente vicina a sé. E pur se “girando” sugli acuti (e rischiando grosso con la voce per lo sforzo in altri momenti), anche se la Ayane porta a casa la partitura, ahimè, non è Patti LuPone, Elaine o miss Ciccone. Ma resto convinto che quella che tu chiami “trovata pubblicitaria” non sia una mossa di marketing senza senso e che lei, con il suo lavoro, comunque non imbroglierà le persone che pagheranno il biglietto solo per vederla a teatro, probabilmente uscendone soddisfatte (a meno che non si siano annoiati per il titolo in sé, ma sono quelli che si sarebbero annoiati pure con Patti LuPone). E se poi i biglietti strappati daranno ragione alla mossa di Piparo un certo numero di persone a fine stagione avrà scoperto che in Evita a parte Don’t cry for me Argentina c’è altro, molto altro (per non parlare di quanta gente è stata messa a foglio paga dalla Produzione grazie a questa mossa). Molto altro che, ti dirò, anche in questo allestimento, con tutte le sue luci e ombre, secondo me comunque è rimasto. Abbiamo detto tutto? Vuoi aggiungere qualcosa, di positivo o di negativo?

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PV: Sì, certo, dobbiamo ancora parlare del vero protagonista dello spettacolo: Filippo Strocchi. È sicuramente il vincitore di questa produzione. Ho amato il suo Che: voce potente, intonazione perfetta (nonostante i testi incantabili!), interpretazione coinvolgente. Peccato che la regia si sia limitata a farlo entrare ed uscire random da porte e finestre senza dargli un vero senso drammaturgico! Strocchi ha comunque dimostrato, nuovamente, di essere uno dei performer più completi sulla piazza.

LL: E si, che gli vuoi dire a Strocchi? Bravo. Ma proprio. Ma tipo… tanto. È il suo secondo “Che” che vedo e ha saputo adattarsi alle diverse esigenze dei diversi allestimenti. Completo e bravo. Ma adesso basta che poi dicono che mi sono ammorbidito, e invece rivendico con orgoglio che certe produzioni non mi invitino più per paura delle mie recensioni.

PV: Per concludere: prenderesti un taxi per andare a vedere questo Evita? Io si, ma solo se cambiassero i testi.

LL: Il taxi lo avrei senz’altro preso la prima volta, per andare a vederlo. Lo riprenderei? Forse, tra un po’, essenzialmente per vedere se le cose che possono essere oggetto di revisione saranno migliorate. Consiglierei di prenderlo un taxi a chi non lo ha ancora visto? Direi di sì. Evita è e resta Evita. Anche in un allestimento certamente non perfetto nei confronti dell’opera originale, ma in fondo onesto e che certo non imbroglia il pubblico come questo (che comunque resta ben al di sopra di altre produzioni che stranamente quest’anno non sono state oggetto di contestazione da parte degli addetti ai lavori)

NB. Per dovere di cronaca e correttezza intellettuale vogliamo precisare che questa non è la prima volta che Evita viene rappresentata in italiano, così come invece riportato in locandina. Già nel 2013 è andato in scena per la regia di Susanna Tagliapietra con le traduzioni e l’adattamento di Marco Savatteri. Anche quella produzione risulta avere avuto i diritti da “The Really Usefull Group“. La traduzione di Savatteri si è anche trasformata in una tesi di laurea tutt’ora depositata all’Università La Sapienza di Roma. Lo spettacolo andò in scena per dodici repliche (Sanremo, Ferrara, Napoli, Catania, Livorno…).

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