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REVIEW – AETERNUM

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I 7 fratelli Vivancos tolgono il fiato a Trieste

di Erica Culiat

Tacco. Punta. Scalpiccio. Punta. Tacco. Sferzate di sudore. Port de bras morbidi. Taglienti. I tacchi e le suole che tamburellano il pavimento del palcoscenico. Regali. Muscolosi. Busti scolpiti esibiti. Pirouettes. Volti. Corpi. Indagati.

Il Politeama Rossetti è stato per un’unica serata a febbraio regno di un pubblico quasi nella totalità femminile. Un pubblico che non voleva più far andar via Elías, Judáh, Josua, Cristo (quello più conosciuto perché ospite di Amici), Israel, Aarón e Josué, i sette fratelli Vivancos, «i sette miracoli del codice genetico», come li ha definiti il critico di El Mundo.

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A Trieste avevano già spopolato cinque anni fa con il loro precedente spettacolo, i 7 Hermanos. Sono ritornati nel 2015 con Aeternum, ideato, diretto, coreografo e interpretato da loro stessi, ma questa volta c’è anche lo zampino di Daniele Finzi Pasca, il regista di Nomade, Nebbia, Rain e del più recente La Verità (qui la nostra recensione).

Luci da concerto rock, quelle di Sergio Chaparro e una colonna sonora, registrata dall’Orchestra Sinfonica di Budapest, che è divampata per quasi due ore dolce rabbiosa travolgente. Flamenco rock musica classica, da scandire con i piedi e poi, ci siamo accorti che era di Fernando Velázquez, quello di The Orphanage. Wow, assolutamente fantastica.

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Scivolate. Manège. Punta. Tacco. Anche su un live cartone appoggiato sul petto di uno di loro. Aeternum. L’archetipo della lotta tra bene e male. Fatta anche a suon di strumenti. Percussioni. Fiati. Archi. Suonati da loro. Nacchere. La tradizione sposata con il techno. Le nacchere non le vedi, ma le senti. Ti illuminano invece i loro bracciali. Assoli. Meraviglioso il primo con un paltò/abito femminile da flamenco. La palestra. Topos del nostro oggi narcisistico. La palestra è il finale. Loro che punta e tacco lo fanno a testa in giù appesi a un ponte cromato.

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I Vivancos non si risparmiano. Mettono in scena la loro capacità tecnica. La loro energia. Sembrano instancabili finché ballano. Trasudano bravura. Già pensano al nuovo spettacolo che debutterà in autunno a Barcellona. Cittadini del mondo. Ormai tutti li conoscono. Dall’Europa all’Asia, dal Sud America agli Stati Uniti. Tacco e punta.

Il respiro pesante, si stempera in sorrisi di ringraziamento. In sorrisi soddisfatti per quella sincronia perfetta di tacco e punta, di classica, di tap dance, di arti marziali, di flamenco. Di gioia. Di danza. Di magia che come polvere di cipria ha impregnato per una sera il Politeama Rossetti.

Luis López Fotografía

About Erica Culiat

Erica Culiat è nata nella stessa città di Italo Svevo. Forse per questo si sente pigra e indolente, ma creativa. Non scrive romanzi, ma articoli. Ha collaborato con testate nazionali (Primafila, Diario) e locali (TriesteOggi, La Cronaca, Zeno e Messaggero Veneto). Fa la guida didattica presso i Civici Musei tergestini, adora il teatro, riesce a vedere fino a tre spettacoli al giorno, soprattutto quando è a New York. Gironzola per mostre, ama la Nutella, Bach, i compositori minimalisti, l’antiquariato e Virginia Woolf. Quando va a Vienna si sente a casa sua.

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