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REVIEW – A SUMMER MUSICAL FESTIVAL 2021

Un’edizione altalenante tra grandi limiti e grandi scoperte

di Sandro Avanzo – foto di Giulia Marangoni (Cookies e Piccola Bottega degli Orrori) e Riccardo Sarti (Nine)

I meteorologi direbbero cielo nuvoloso con ampi squarci. La stessa espressione potrebbe esser utilizzata al termine del Summer Festival di quest’anno, il nono, alla Bernstein School of Musical Theater di Bologna.

Innanzitutto va notato che il festival continua a espandersi nel territorio regionale. Non più solo nel capoluogo, ma anche nei Teatri Comunali di Ferrara e Reggio Emilia, sale storiche dove le repliche sono state accompagnate da una completa orchestra sinfonica (e che orchestra! diretta magnificamente dal M° Valentino Corvino). Inoltre gli spazi della scuola si sono dotati di un nuovo palcoscenico sotto le stelle presentato come perfettamente equivalente per dimensioni al palco dell’altro bolognese Teatro Duse.

Nella stessa cornice interna alla Scuola già utilizzata anche nelle passate stagioni è così stato battezzato un nuovo teatro estivo, il BOAT (acronimo di Bologna Open Air Theatre) meritevole di finanziamenti pubblici da parte dell’amministrazione comunale. Nell’insieme una situazione del tutto nuova per il festival che si è riflessa in un notevolissimo incremento di spettatori anche nell’anno dei posti ridotti e distanziati a causa del virus. Tale situazione ha comportato inevitabilmente una differente filosofia nel comporre il programma e nel pianificare le produzioni.

Così si è visto uno spettacolo di Class A, Nine, affidato ai grandi nomi formatisi nella scuola o che con la scuola collaborano stabilmente e ancora la novità 100% made in Italy Cookies (per la prima volta nel festival) e in chiusura il classico Piccola Bottega degli Orrori, titolo frequentatissimo, quasi un must, nelle scuole e tra gli amatori d’Oltre Atlantico.

I risultati? Assolutamente diseguali, proprio perché ciascuno dei tre spettacoli doveva rispondere a differenti esigenze, avendo in comune l’intento di rendere visibili le doti degli allievi al termine del loro corso di diploma (dallo scorso anno equiparato a una laurea breve).

Nine, elaborazione del capolavoro felliniano 8 e ½ da parte di Mario Fratti prima in prosa come Sei donne appassionate e poi in musical con l’apporto di song e score di Maury Yeston, è stato il ritorno di Saverio Marconi a un lavoro molto amato. Il regista marchigiano l’aveva già allestito più di 20 anni fa alle Folies Bergère di Parigi e di quell’allestimento il sottoscritto aveva avuto modo di vedere la registrazione in video restandone entusiasta, facile dunque fare i paragoni e riconoscere i comuni spunti e le differenti soluzioni.

Dati per scontati gli imparagonabili mezzi produttivi e le potenzialità offerte dagli spazi dei nostri teatri all’italiana rispetto al palcoscenico parigino (dotato perfino di una piscina in prossimità del proscenio), i due allestimenti non sembrano assolutamente realizzati dalla medesima mano.

Da tempo Marconi aveva intenzione di rimetter mano a quel lavoro tanto amato, come testimonia il suo impegnativo coinvolgimento nella messa in scena al BSMT Summer Festival del 2015, quando venne realizzato uno spettacolo di buona fattura che però aveva finito per esser firmato da Shawna Farrell come regista. Adesso Marconi sceglie di porre le azioni di Nine entro una scenografia totalmente vuota e totalmente bianca (una scatola scenica costituita da tre pareti di pvc tagliate a strisce verticali attraverso cui entrano ed escono libramente gli interpreti) atta a rievocare con i costumi scuri o incolori (l’unica eccezione è l’abito rosso fiammante della produttrice Liliane affidata a Francesca Taverni) il b/n della pellicola originale. Forse anche a causa dei tagli di luce policromi di Emanuele Agliati, che talora sembrano quasi casuali, il risultato complessivo più che valorizzare l’essenzialità degli eventi rimanda a una scarsità di risorse da investire.

Gli intenti della regia risultano più che evidenti, attenti e impegnati nell’approfondire la psicologia e le funzioni delle varie donne che circondano il protagonista Guido – la madre, l’amante, la moglie, la musa ispiratrice, la produttrice, la prostituta Saraghina, le suore… – e tale aspetto risulta l’elemento più interessante dell’allestimento.

Le scene a 2 personaggi sono costruite in modo magistrale. Ma ciascuna resta un frammento a sé stante e ciò che viene a mancare è soprattutto una lettura di insieme della vicenda del genio cinematografico in mancanza d’ispirazione, l’indagine complessiva dei motivi profondi della crisi esistenziale e professionale del titano del cinema, la piena restituzione delle sue ossessioni fatte di ricordi, sogni, fughe nei possibili sogni.

In modo particolare è mancata una vera proposta interpretativa dell’insieme a partire dalla scena fondamentale dell’incontro tra il piccolo Guido a nove anni e Saraghina, la prostituta della spiaggia che gli insegna a “esser italiano”, vale a dire l’imprinting rispetto all’universo femminile in chiave sessuale e non solo. Il numero Be Italian/Ti voglio bene è il perno su cui si basa l’intero musical perché condizionante di tutti i successivi rapporti tra Guido e l’altra metà del cielo come pure resta nodale sul fronte della sua creatività (Freud docet sulla biunivocità tra sesso e atto creativo) e non è un caso se tutte le scene in cui poi vediamo Guido adulto agire dietro una macchina da presa sono accompagnate delle note di Be Italian/Ti voglio bene e se anche il finale è affidato alla medesima partitura.

Nell’allestimento originale dell’82 la Saraghina era raffigurata come una sorta di maestra, docente non accreditata di un intero nugolo di ragazzini incuriositi; nella ripresa del 2003 la sabbia che veniva offerta al bambino in un calice come in una prima comunione finiva sparsa a terra quasi fosse una prima eiaculazione… segni molto forti e registicamente fondanti. Ebbene nella proposta pensata ora da Marconi e dalla coreografa Gillian Bruce per l’incontro tra la Saraghina (una Marta Pilastrini dalle note potenti) e il Guido bambino (un sorprendente Ruben Vecchi) tutto si riduce a lei che gli gira intorno più e più volte mentre lui è accovacciato e guarda in platea, senza che praticamente intercorra tra loro nemmeno uno sguardo, e il massimo dell’approccio consiste in un affettuoso e totalmente asessuato ganascino ganascino. Una debolezza che da sola inficia il senso dell’intera messa in scena!

È altrettanto evidente che alcune delle idee presenti nell’allestimento parigino vorrebbero esser qui recuperate e che sono mancate le condizioni per poterlo fare, ma il carosello/trenino finale a serpentone lungo l’intera superficie del palco capeggiato da un Guido che bamboleggia da infante-cretinetti è una soluzione troppo banale che non può sostituire l’indimenticabile passerella iconica ideata da Marconi per l’intero cast femminile sui ballatoi del palco delle Folies Bergère.

Per fortuna lo spettacolo si avvale di personalità dalle ottime doti artistiche, in primis Filippo Strocchi che, non solo per anagrafe, è il miglior Guido Contini che il panorama nazionale possa offrire, intonazione e perfetto impasto vocale uniti a un’eleganza rara nei movimenti coreografici… che desiderare di più?

Molto convincenti anche quasi tutte le sue partner femminili a partire da Sara Jane Checchi nel difficile ruolo della non rassegnata e non patetica moglie Luisa che dimostra notevole duttilità nei diversissimi, quasi antitetici, numeri Be On Your Own e My Husband Makes Movies, ma anche Simona Distefano quando interpreta con accattivante e respingente complicità la parte della musa comprensiva ma blindata nella propria immagine cinematografica. Francesca Taverni si conferma la consueta fuoriclasse, sempre più la Chita Rivera italiana, mentre persuasiva è risultata anche Francesca Ciavaglia quando ha esibito una sua specifica sfacciata e ironica sensualità anche vocale nel numero A Call from the Vatican.

Il pubblico di Reggio Emilia, dove ho visto lo spettacolo, ha dimostrato con caldi e convinti applausi di gradire l’allestimento proposto.

Decisamente tutt’un’altra atmosfera si è respirata intorno a Cookies, il secondo dei musical in cartellone. Con meno pressione e più curiosità, è stato una sorta di fiore all’occhiello, di primo esperimento tutto italiano (libretto, liriche e musiche) da proporre e inserire nel Festival.

Lavoro di lunga gestazione era stato presentato già più di un lustro fa in vari concorsi nazionali ottenendo buoni consensi ma aveva continuato ad essere un workshop in divenire su cui i giovani autori bolognesi, il pianista Lorenzo Vacchi per le musiche e Stefano Bonsi per il libretto e le liriche, seguiti nella drammaturgia da Gianni Marras, han dovuto ancora lavorare a lungo e approfondire. Ancora il lavoro andrebbe perfezionato, in particolare nell’ancor traballante sviluppo narrativo del primo atto, ma anche così risulta uno spettacolo piacevolissimo e assai divertente.

Porta in scena la storia della nascita nel corso degli anni ’30 della Grande Depressione (aspetto in po’ trascurato) dei celebri biscotti ricchi di quelle deliziose gocce di cioccolato che scricchiolano sotto i denti. Tutto inizia con la cerimonia di laurea alla Johnson School, alla fine dell’anno scolastico 1932 dell’università economica Franingham. Qui, tra i futuri tycoon delle principali professioni finanziarie, incontriamo Daisy Grey che più che ad affermarsi come commercialista sogna di aprire un ristorante tuto suo in cui dar sfogo alla sua passione per la cucina. A sostenerla e a darle supporto c’è il compagno di studi Kevin, di lì a breve suo marito. Insieme si trasferiscono fuori Boston, nel borgo di Whitman, per dar vita alla locanda Dake House Inn che rilevano da un gestore decisamente sfigato e altrettanto poco onesto, con tanto di figlioletta Cassie in allegato, al quale viene offerto di rimanere a lavorare nel locale.

Queste poche note fanno chiaramente capire il modello di commedia leggera per tuta la famiglia a cui fanno riferimento gli autori, tra Blake Edwards e Walt Disney, con personaggi fortemente caratterizzati, come la madre suffragetta di Daisy o la piccola Cassie, con villan approfittatori e maneggioni e con l’immancabile happy end traboccante d’ottimismo dove i buoni hanno la meglio e le malefatte dei cattivi finiscono sempre punite.

Assistiamo dunque via via alle difficoltà gestionali di Daisy e di Kevin col mancato decollo della loro locanda, al marito che è costretto a trovare un impiego altrove, alla giovane cuoca che finisce per partecipare casualmente a un concorso culinario radiofonico indetto dalla star dell’etere Miss Lemon, agli intrighi del dipendente-rivale che le ruba regolarmente le ricette senza saperle poi riprodurre, alla diretta nazionale della finale quando la protagonista si rincontra col marito e con la madre e se anche viene sconfitta nella gara vede comunque i suoi biscotti inseriti nell’annuario più importante degli USA: da quel momento un simbolo dell’intero paese.

Il tutto condito da song assolutamente deliziose, molte delle quali accattivanti e orecchiabili (non il debole opening della laurea degli studenti), spesso arricchite da rimandi a brani celebri, citazioni da altri musical tutte da individuare e da godere.

L’intento di creare un prodotto italiano 2.0 da poter esportare oltre Chiasso è evidente sia nei brani musicali che nella scrittura del copione (Bonsi e Vacchi non sono i primi a provarci anche se sono tra i più vicini a riuscirci), ma resta il quesito irrisolto del motivo per il quale non hanno optato per un soggetto più italiano e più vicino ai nostri interessi e alla nostra sensibilità, facendo tesoro di una ricetta anglo-americana per cucinarla con prodotti più “nostrani”. E poi perché “il solito” family show? Il loro evidente talento potrebbe portare a frutti più maturi, complessi e interessanti. Resta il fatto che il compiuto risultato di questa messa in scena dimostra come il loro spettacolo potrebbe davvero diventare, con ulteriori opportuni aggiustamenti e con un adeguato impegno produttivo dagli interpreti alla scenografia, all’orchestra live, un lavoro di successo per il vasto pubblico a cui l’ingessato panorama italiano continua a proporre sempre la stessa monotona ventina di titoli.

Plauso, dunque, al BSMT Summer Festival, che ha offerto il proprio palco a tale sperimentazione mettendo a disposizione i professionisti che insegnano nella scuola, il talento e la freschezza dei giovani diplomati e il minimo capitale produttivo indispensabili per il debutto. Ora tocca agli operatori del settore accogliere il suggerimento e cogliere la palla al balzo!

Mauro Simone da regista ha controllato bene tutti gli aspetti della messa in scena, ben calibrando recitazione e numeri musicali con un ritmo che non cede mai. Si è inventato con lo scenografo Alessandro Di Giulio un duttile utilizzo di cubi mobili che a seconda dell’assemblaggio e della posizione in cui vengono mostrate le diverse facce possono diventare la cucina del ristorante piuttosto che caratterizzare in velocità i vari ambienti in cui si sviluppa la vicenda. Gli va mosso un solo appunto fondamentale (abbastanza grave?) di carattere anacronistico, perché per la trascinante scena finale del concorso collocata nel 1940, ha realizzato un moderno studio televisivo con tanto di telecamere su carrelli mobili da cui si dice venga coperto l’intero territorio USA, mentre è noto che all’epoca era la radio il mezzo di comunicazione di maggior diffusione nel paese e che la TV aveva iniziato le sue trasmissioni solo l’anno precedente e che per arrivare a 7000 apparecchi televisivi in funzione nell’intera Unione, quasi tutti concentrati nella zona di New York, s’è dovuto attendere il 1942.

Ma il momento climax del finale porta con sé così tante emozioni che possiamo anche esser indulgenti sulla “licenza poetica” di Mauro Simone! Discrete e funzionali, ma nella specie ben eseguite dai ragazzi, le coreografie ideate da Andrea Verzicco. La replica a cui ho assistito è stata quella conclusiva per cui posso far riferimento solo a quel cast, dato che tra i 38 performer in scena ogni sera si sono alternati differenti interpreti. Così posso dire che mi hanno particolarmente convinto i protagonisti Chiara Perri e Mattia Baldacci, forti di una positiva energia e ben relazionati tra loro, ottimamente adeguati alla loro parte sia per tonalità che per intonazione, mentre a Giorgia Morana (perfetta per un futuro allestimento di Ruthless) è stata chiesta la difficile impresa di tenere il ruolo della ragazzina Cassie grottescamente sopra le righe ma di risultare nel contempo naturalisticamente scatenata e simpatica… non sempre le è riuscito e l’inesperienza l’ha spesso fatta scivolare nella trappola dello stucchevole.

Nell’insieme lo spettacolo è stato un’esperienza in cui le doti dei ragazzi sono state ben messe in evidenza e in più, forse, è un’alba foriera di positivi futuri sviluppi.

Appare invece un po’ inusuale, rispetto alla consueta filosofia del BMST Summer Festival, la scelta di Piccola Bottega degli Orrori come terza proposta in cartellone. La si può giustificare solo per la popolarità di cui gode il titolo e per i divertenti paradossi degli eventi oppure la si può legittimare per il desiderio di portare nuovo pubblico (e incassi) al teatro della scuola.

L’altra spiegazione potrebbe essere la sua mancata messa in scena in tanti anni d’attività o il volersi adeguare alle principali scuole americane che costantemente la ripropongono. Di certo, però, avrebbe avuto necessità di ben altri investimenti (e anche di un differente regista), perché ben si sa che con i fichi secchi i pranzi di nozze non si posson fare.

Avere praticamente come unico elemento scenografico un ingombrante parallelepipedo, che va ad occupare con differenti significati all’occorrenza spazi sempre differenti del palco, non giova all’agilità del lavoro anche quando la scioltezza della direzione musicale di Gianluca Sticotti si fa carico di tenere alti i ritmi spumeggianti delle pagine musicali di Alan Menken. A causa dei continui spostamenti del voluminoso baraccone/bancone la regia è appesantita e limitata negli spazi per invenzioni realmente innovative e spesso ne risentono anche gli ingressi, le uscite o le controscene degli interpreti.

A Fabrizio Angelini che ha firmato la regia e le coreografie vanno riconosciuti notevoli limiti non solo di tipo economico; trattandosi di un saggio di fine corso doveva trovare azioni e motivazioni per un notevole numero di allievi tutti da impegnare in scena, ma interamente sua restava la responsabilità sul tipo di danze da affidare loro, così è risultato del tutto fuori luogo il numero di tap a cui costringe i suoi performer, e così pure immotivata la moltiplicazione delle coppie che si allacciano in Mushnik & Son, un all male tango in cui è impegnata la coppia Seymour-Mushnik.

E se da regista non è direttamente responsabile della scelta dei costumi, adeguatamente fantasiosi e sgargianti in stile Fifties di Antonio Tonacci, non è ammissibile che abbia accettato di portare in scena la simpatica pianta carnivora Audry II vestita come un megapreservativo verde dalla bocca larga. Non si è reso conto dell’imbarazzo o del ridicolo? Perché non chiedere in prestito alla Compagnia della Rancia il simpatico pupazzo usato nell’allestimento di 20 anni fa con Manuel Frattini? Del resto la Rancia ha già fatto infiniti prestiti alla BSMT per i suoi saggi e Fabrizio Angelini con la Rancia ha realizzato tanti, tantissimi spettacoli.

Anche questa volta sono stati i ragazzi a salvare lo spettacolo.

Io ho assistito alla replica del 10 luglio con un cast nel complesso veramente notevole. Fin dalla comparsa iniziale del trio femminile “pronipotine” del coro greco composto da Crystal, Ronette e Chiffon a cui danno vita e voci (e che voci! tutte virate al soul e al blues!) Assia Valianti, Silvia Ghirardini e Rosaria Botteri, anche spiritose a giocare le proprie formosità entro gli abiti dalle fogge e dai colori più disparati. Molto in gamba anche Christian Votero nella parte del protagonista timido e impacciato Seymour, innamorato segreto della commessa Audry e volonteroso fino al sacrificio supremo nel voler elevarsi socialmente dalle tristi periferie suburbane. A sua volta Iris Trivisano restituisce bene il carattere della ragazza incerta e fragile, disposta a subire le peggiori sevizie fisiche dal sadico fidanzato dentista pur di illudersi di vivere un briciolo d’affetto; eccellente interpretazione e adeguata vocalità. Damiano Spitaleri non lo si vede mai, chiuso com’è dentro il suo profilattico clorofillico, ma la sua voce si sente, eccome!, incanta per timbro, intonazione e potenza… si è facili profeti a pensare per lui un ottimo futuro professionale.

Su un gradino sopra a tutti, forse la vera scoperta dell’intero Festival, si è posto Guido Turchi, nel ruolo del fioraio Mushnik, non solo per la sicurezza delle esecuzioni, ma perché s’è dimostrato in grado di reggere sia il ruolo del co-protagonista che la caratterizzazione del personaggio senza cadere nella macchietta. Chapeau per un ragazzo così giovane!

L’edizione 2021 ha mostrato dunque i primati e i limiti del BSMT Summer Festival. A differenza dagli anni precedenti, alla fine non si è rimasti col rammarico che le produzioni si fermino a Bologna senza una distribuzione invernale sull’intero territorio nazionale. Accadeva anni fa per esempio con Crazy for you, Il bacio della donna ragno, West Side Story o Bernarda Alba perché quelli erano spettacoli “veri”, compiuti a livello della miglior professione, quando si pregava in tutti i modi che i lavori uscissero dai confini emiliani.

Gli spettacoli di quest’anno si sono invece rivelati dei lavori interessanti sì, ma fondamentalmente relegati nell’ambito dei semplici saggi di fine corso. E stupisce che ciò accada proprio nell’anno in cui è arrivata l’equiparazione tra il diploma e la laurea breve. L’impressione porta a dire che forse non è solo per i disastri provocati dal virus anche nell’insegnamento scolastico, ma che la BSMT si trovi oggi davanti a una serie di domande a cui deve rispondere se vuole continuare a presentarsi come la più importante scuola di musical italiana.

Il saggio finale quali obiettivi si deve porre? Serve a introdurre titoli nuovi nello stantio panorama italiano, prime visioni teatrali? A valorizzare le qualità dei diplomati e far vedere il lavoro fatto a partire dai talenti grezzi? A ottenere fondi pubblici con cui finanziarsi? A consolidare la propria posizione in città e in regione? A diventare il nucleo di un futuro Festival Internazionale? Ad attivare una occupazione professionale anche nella stagione estiva?

In base ai titoli che verranno proposti nelle prossime estati sapremo quali domande saranno state prese in considerazione e che tipo di risposte avranno ottenuto.

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