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GRAN CAFE’ ITALIA: INTERVISTA A MASSIMO CINQUE

prova 1

Gran Cafè Italia: dal cafè chantat all’avanspettacolo

a cura di Ilaria Faraoni – foto delle prove Cristiano Demurtas

prova 2Lo spettacolo è in scena all’interno del Festival del Teatro Patologico a Roma (la presentazione QUI). Com’è avvenuto l’incontro con la “poetica” di Dario D’Ambrosi e come si inserisce Gran Cafè Italia all’interno di tale visione?

Dario D’Ambrosi è stato insegnante degli attori del Gruppo della Creta, provengono tutti dalla Q-Academy. Da quell’incontro è nata una collaborazione che è proseguita anche oltre l’Accademia. Gran Cafè Italia è uno spettacolo che fa parte del festival organizzato da D’ambrosi.

Quali sono gli elementi che fanno di Gran Cafè Italia uno spettacolo di “Teatro Patologico”?

Non c’è un’attinenza particolare con il teatro patologico, se non un gioco sulla memoria, sui ricordi che affollano la mente dell’anziano direttore di scena che nel commiato al suo teatro che sta per essere demolito, viene circondato da “fantasmi” benevoli che lo riportano indietro negli anni dei grandi successi del teatro.

Come sono nate l’idea dello spettacolo e la scelta del secondo dopoguerra per l’ambientazione?

Dal voler raccontare la storia di un locale che ha visto attraverso la Prima Guerra, il fascismo, la Seconda Guerra, la liberazione, la trasformazione dello spettacolo “leggero”, dal cafè chantant  all’avanspettacolo, padre del varietà e della commedia musicale. Una trasformazione che avviene mentre fuori dal teatro tutto cambia e non in meglio. Lo spettacolo inizia dall’arrivo degli americani che influenzeranno anche il nostro modo di cantare di ballare, di fare spettacolo. Nel nostro caso, però, gli americani sono anche gli artefici della demolizione del locale e della sua trasformazione in una banca. Tema, questo degli sgomberi dei teatri, che è fin troppo di attualità soprattutto a Roma.

Sì, purtroppo è di forte attualità. Nello spettacolo c’è anche un messaggio di speranza o secondo lei il processo è inarrestabile?

Al contrario, sono convinto di una necessità sociale di un recupero dello spettacolo dal vivo. Nell’epoca digitale, nel mondo web nel quale viviamo, c’è spazio per lo spettacolo teatrale, di quello spettacolo dove il pubblico può intervenire, e se vuole, partecipare  approvando o disapprovando ciò che sta “vivendo”.

Il protagonista rievoca il cafè chantant con i suoi cantanti, le soubrette, gli sketch, riportando sulla scena lo stile del varietà dei 30 anni precedenti al periodo della narrazione. Ci sono riferimenti ad artisti realmente esistiti? O comunque a quali artisti si è anche lontanamente ispirato? A quali canzoni? È stato arduo reperire la documentazione d’epoca per ricreare un sapore credibile?

Tantissimi artisti sono rievocati, citati da Maldacea, Cantalamessa, Maria Campi, Alfredo Bambi, Petrolini, Marinetti, Balla, fino ad arrivare ai più recenti che iniziarono nell’avanspettacolo come Franchi e Ingrassia,  Lino Banfi. Nello spettacolo vengono eseguite molte canzoni, da Ciribiribin a La Risata di Cantalamessa, da Pinguino innamorato a ‘A frangesa, da Baciami piccina a Ninì Tirabusciò…
Di materiale cartaceo e incisioni ne ho raccolto parecchio negli anni.

Cosa faceva di quel tipo di teatro qualcosa di speciale da ricordare ancora oggi?

Quel teatro è il padre dello spettacolo leggero, del varietà televisivo, della commedia musicale, del cabaret.

Nel comunicato stampa si legge: “Quel locale ha regalato tanti momenti lieti al pubblico, ha visto amori, tradimenti, bisticci tra le dive per il primo camerino, invidie, gelosie, insomma ha regalato emozioni, sensazioni… HA FATTO VIVERE!”. Cambiano le forme di spettacolo ma probabilmente non cambieranno proprio i bisticci per il primo camerino, le invidie, le gelosie… Mi sono sempre chiesta come possano convivere sentimenti così bassi con chi fa arte. Lei che ne pensa?

Ad una grande attrice, ad un grande attore, quelle frivolezze, quei capricci “debbono” essere perdonati; purtroppo anche chi non se lo può permettere fa i capricci e allora quello diventa un peccato insormontabile. In pratica, se sei un “grande” ti perdono, altrimenti ti “cancello”.

About Ilaria Faraoni

Ilaria Faraoni

Giornalista, laureata in “Lettere Moderne – discipline dello spettacolo” alla Sapienza di Roma (vecchio ordinamento) con una tesi in “Storia del Teatro”, ho studiato musica e chitarra classica per 10 anni con il Maestro Roberto Fabbri, sono istruttrice FITD di balli coreografici a squadre (coreographic team). Il mio interesse per l’arte è a 360°. Ho studiato fumetto diplomandomi alla “Scuola Internazionale di Comics”. Tra le mie attività c’è anche la pittura: ho frequentato i corsi della Maestra Rosemaria Rizzo e ho tenuto diverse mostre personali (una delle quali interamente dedicata al mondo del musical) in sedi prestigiose; nel 2012 sono stata premiata a Palazzo Valentini (sede ufficiale della Provincia di Roma) con un Merit Award per la promozione dell’acquerello.

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